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Nostra Signora delle spighe e dei papaveri…

Rullano i tamburi, suona la banda, scoppiano i petardi. Nel cielo azzurro del mezzodì esplodono decine e decine di fuochi di artificio in giochi multicolori di carambole, di finti arcobaleni, di spirali, di spruzzi luminosi e di scintille irraggiungibili che cadono a terra disegnando nell’ aria figure immaginarie e lontane. Nostra Signora delle spighe e dei papaveri è pronta e sta per varcare la soglia del nostro mondo. Splendida e regale sul suo trono di nuvole bianche e di lapislazzuli irreali: la circondano spighe di grano maturo e papaveri rossi come il fuoco della lava dei vulcani. E’ un attimo strano che ogni anno, come sempre e da sempre, ha il potere di arrestare il tempo nella sua corsa vertiginosa; per un attimo appunto, per un attimo almeno. Per un attimo soltanto. Lungo, breve; un’ eternità, un istante: è trascorso un anno. Un altro anno. Con tutti i suoi affanni, i suoi dolori, le sue gioie… L’ anno scorso, in questo preciso istante, forse c’ era il vento o forse no… L’ anno che verrà, in questo preciso istante, forse farà più caldo di adesso oppure no; egli era vivo, oggi è fra i morti; ella era sola e inquieta, oggi è sposata ed è diventata madre di un bambino bello e taciturno o di una bimba loquace e vispa.

 

E quando il frastuono diminuisce, le invocazioni interiori si consumano e l’ attimo ha raggiunto il proprio compimento, l’ incanto si smorza così: di un sol colpo, com’ era iniziato. Ora lei, regina di un mondo e di un tempo remotissimi eppure in prossimità di ogni sospiro profondo e di ogni lacrima versata, incede lenta e solenne tra la folla in un giorno d’ estate, per le vie chiassose e solari, per contrade aspre e assolate calcinate dai giorni dell’ abbandono. Un tocco anche fugace, uno sfiorare appena con le dita inumidite da labbra tumide, del suo manto bianco come la neve della catena muntuosa del Carmelo in Palestina, del suo abito bruno come i campi arati di fresco del tiepido autunno, e il mondo è tutto lì: adagiato ai suoi piedi, nella quiete duratura di luminose radure. L’ estate è al suo culmine nei giorni lunghi e roventi, nelle notti limpide e stellate, nell’ aria odorosa di aromi silvestri e di essenze marine, nel paesaggio di dolci poggi ondulati, di boschi verdi e rigogliosi, di ruscelli gorgoglianti, di coste alte e rocciose, di ruderi antichi e di moderne autostrade. L’ estate sì; riversa, sorridente nelle distese ampie a perdita d’ occhio dove il grano maturo scioglie la sua danza lieve al vento e le spighe colme dei chicchi reclinano il capo, pronto per la lama, alle brezze del primo mattino. Il rosso nel giallo, in tutto questo giallo copioso. Dapprima isole punteggianti ai bordi o al centro, poi via via onde di fuoco in movimento, ritmiche e montanti come un’ onda di oceano; rosso acceso e pulsante che converge, confluisce e affluisce simile alle acque che rendono maestoso e importante un fiume. I papaveri nel grano, il grano fra i papaveri: immagine speculare che non muta mai. L’ immagine – archetipo dell’ estate, che resiste tutt’ ora ad ogni violenza razionale e disumana. Lentamente l’ evento si avvia al termine dopo che il sole, raggiunto il suo culmine, si muove consueto verso Occidente. E tu, Nostra Signora delle spighe e dei papaveri, dove vai, dove ti rechi? Negli antri più nascosti del sottosuolo dell’ immaginazione, nei luoghi più profondi del cuore, nei recessi più oscuri dell’ anima, forse nell’ attesa imprecisata e nella speranza incerta che confortano e sostengono durante tutto l’ anno… Ma prima di lasciare questo sogno antico: benedici le donne e i bambini, gli uomini e le bestie, le messi e i fiori, la terra tutta, il cielo e il mare e conserva, in ciascuno di noi, la memoria e l’ oblìo delle spighe di grano e dei papaveri intrecciati della tua corona.

Francesca  Rita  Rombolà

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