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La Calabre: inspiration pour un nouveau Théa^tre de la Cruentè – ANTONIN ARTAUD

La Calabria: spunto per un nuovo Teatro della Crudeltà.

Paesaggi selvaggi e incontaminati; tramonti infuocati sul mare; albe rosee e dorate sui monti aspri dalla vegetazione fitta e molto varia. Spesso i profumi più soavi e intensi si mescolano ai rumori e ai suoni lontani e ancestrali di una terra, nel cuore del Mediterraneo, che appartiene a pieno titolo all’Europa, capace ancora, come più di un secolo fa e come sempre nei secoli passati, di attrarre e di respingere insieme, di affascinare e di sconvolgere creando opinioni e sentimenti profondamente contrastanti nell’ anima del viaggiatore straniero che la percorre, alla ricerca di una possibile risposta culturale o esistenziale che forse arriverà col tempo, come osservatore attento o distratto o semplicemente come turista, sostandovi un anno o un giorno o talvolta decidendo, infine, sconfitto dalla sua tenace bellezza e dalle sue strane contraddizioni, di rimanervi per sempre. La Calabria, regione del sud dell’ Italia, ultimo confine della penisola italiana, si presenta, oggi più che mai, quale mescolanza di prospettive spaziali e temporali; sociali e culturali; antropologiche e umane che meritano, forse, un’ attenzione non superficiale. La Kermesse di popoli e di civiltà che si sono avvicendati, sin da tempi remoti, sul teatro della Storia, hanno plasmato il carattere e la mentalità del calabrese, imprimendo così quel senso di appartenenza al territorio e al sangue che è stato sempre molto forte e continua ad esserlo oggigiorno quasi del tutto immutato. La Grecia antica ha dato alla gente e al paesaggio l’impronta forse più caratteristica e più duratura (la Calabria odierna corrisponde alla Magna Grecia del filosofo Pitagora e del poeta Ibico). Nelle usanze, nelle tradizioni, nel folklore e nella lingua di questa terra è tutt’ ora possibile e certo riscontrare tracce, qualche volta persino l’intera struttura portante, di modi di vita e di visioni del mondo arcaiche, appartenenti ad una realtà e ad un epos che trovano riscontro proprio sui sentieri tortuosi dell’ arte e della memoria (si pensi all’ Iliade e all’ Odissea).

In quasi tutti i villaggi e le città, grandi e piccole, della Calabria le feste religiose e le sagre paesane, offrenti, queste ultime, ai partecipanti i prodotti della terra, e che scandiscono i diversi periodi dell’ anno, sono momenti di aggregazione collettiva in cui il sacro, il religioso, la dinamica del culto si uniscono al profano e danno vita a riti originali dove il senso del divino si trasforma, molto spesso, in rappresentazioni improvvise e cruente. L’anima del calabrese è impulsiva e generosa, generatrice di passioni estreme e primordiali; un’ anima fatta di carne e di sangue, soprattutto, tellurica e calda come i due vulcani ( l’ Etna e lo Stromboli ) che cingono la regione dal mare; un’anima che esplode perciò in modo violento quando le passioni si scontrano con il sangue e con le lacerazioni insanabili di una società compatta come il suolo eppure suscettibile di scosse e vibrazioni, nelle sue pieghe più oscure e misteriose, quanto i terremoti che hanno sempre mutato l’ assetto geologico di questa regione. Uno scenario, dunque, maestoso e sublime sia per quanto riguarda la natura umana che la natura vera e propria, con sullo sfondo l’antico senso greco del “destino”, che muove i fili della vita e della morte e raggiunge la catarsi negli istanti culminanti del rituale popolare. Non sarebbe forse errato pensare di trarre, da tutto ciò, lo spunto per un nuovo e più spettacolare Teatro della Crudeltà secondo l’ idea meno manipolata e più genuina di Antonin Artaud.

Francesca Rita Rombolà

L’ Autrice (Francesca  Rita Rombolà) ha scritto questo articolo nel 2009 per la rivista mensile francese di teatro CASSANDRE HORSCHAMP (il cui direttore, Marc Tamet, dirige anche un teatro di arte contemporanea a Parigi) nell’ ambito di una collaborazione letteraria dalla quale Marc Tamet ha tratto ispirazione e preso spunto per i suoi lavori teatrali.

Antonin Artaud

IL TEATRO E LA CRUDELTA’ è un saggio dello scrittore e poeta francese Antonin Artaud sulla concezione del teatro contemporaneo, che ha rivoluzionato il modo di concepire e di fare teatro nel mondo di oggi. In questo saggio, famoso e molto discusso, Artaud per crudeltà intende ogni azione immediata e violenta. Egli sviluppa principalmente due nuove idee che saranno importanti per il teatro come concetto e come azione: il teatro deve diventare spettacolo di massa, paragonabile a ciò che avviene nella strada quando il popolo vi scende; il teatro deve diventare spettacolo totale che si rivolge meno all’ intelletto del pubblico che alla sua sensibilità. Artaud rivendica, in sostanza, per il teatro una nuova “metafisica” della parola, del gesto, dell’espressione. Lo spettacolo, concepito come una liturgia collettiva, una festa rituale corale che si immerge nel sacro e nel profano, nella forza del sangue e delle passioni spesso violente. Un tripudio quasi misterico di destino e di forza tellurica fisica e spirituale; di natura primitiva e di istinti selvatici relative al Divenire e al Caos. Antonin Artaud ha scritto anche raccolte di poesie. La sua poesia è stata rivoluzionaria nel linguaggio e nel verso spezzato dalla virgola. L’ immediatezza e l’ irascibilità quasi della parola colpiscono al primo impatto con la lettura. In ESTASI, l’ evocazione diventa festa dei sensi e dell’anima. Ogni immagine costruisce, in modo inconscio, dei mondi sublimi e perduti che la coscienza può ritrovare mediante l’ uso della parola e della lingua, i quali veicolano i suoni e i concetti senza la minima manipolazione o distorsione ad opera della realtà: Ci viene presentato, così, un modo di fare poesia nuovo, crudele perchè rivoluzionario e inusuale, quasi come un “fare violenza” alle regole normali della Poesia.

ESTASI

Braciere argentino, brace profonda

Con la musica della sua forza interiore

Brace traforata, liberata, scorza

 Impegnata a liberare i suoi mondi.

Ricerca estenuante di me

Penetrazione che si sorpassa

Ah, congiungere il rogo di ghiaccio

Allo spirito che lo pensava.

Il vecchio inseguimento insondabile

Si travasa in godimento

Sensualità sensibili, estasi

Ai cristalli che cantano veritieri.

O musica di inchiostro, musica,

Musica di carboni sepolti

Dolce, grave che ci libera

Con i suoi fosfori segreti.

Antonin Artaud

da Poesie della Crudeltà

In basso il pezzo scritto dalla Rombolà in lingua originale:

Des paysages sauvages et vierges; des couchants de feu sur la mer; des aubes rosées et dorées au dessus des pics raides à la végétation drue et très variée. Souvent les parfums les plus suaves et les plus intenses se mèlent aux bruits et aux sons lointains et ancestraux d’ une terre au centre de la Méditerranée qui appartient pleimement à l’ Europe et qui est capable encore aujourd’ hui, comme ailleurs, dans les siècles passés, de séduire et de rejeter en me^me temps, d’ enehanter et de bouleverser en suscitant des opinions et des sentiments profondément opposants dans le coeur du voyageur étranger qui la traverse, à la rechérche d’ une possible réponse culturelle ou existentielle que probablement arrivera – t – elle plus tard par le temps, observateur attentif ou distrait ou simplement touriste en y demeurant un an ou un jour, le voyageur, à la fin, se déclare vaineu par la tenace beauté de cette terre et par ses étranges contradietions et il décide d’ y demeure pendant toute sa vie. La Calabre, région situeé au sud de l’ Italie, extre^me confine de la peninsule italienne, se presénte, aujourd’ hui plus que jamais, comme un metissage de perspectives dans l’ espace et dans le temps; culturelles, anthropologiques et humaines qui méritent une analyse approfondie. La kermesse de peuples et de civilisations qui se sont succedés ,dés temps reculés, pendant les événements historiques ont modelé le caractère et l’ esprit du calabrais qui est resté toujours attaché à sa terre et aux racines d’ appartenance.C’ est la Grèce classique qui a donné au peuple et au territoire la trace la plus caracteristique et la plus durable ( la Calabre actuelle correspond à la Grande – Grèce du philosophe Pytagore et du poète Ibykos ). Dans le coutumes, dans le traditions, dans le folklore, dans la langue de cette terre il est encore possible de trouver des expressions et perfois me^me la structure complète de manières de vie et de visions du monde archaiques qu’ on peut vérifier dans l’ art et la littérature classique ( il suffit de penser à l’ Iliade et à l’ Odyssée ). Presque dans tous les villages et les villes, grandes ou petites, de la Calabre on peut assister aux fe^tes religieuses et populaires qui offrent, les dernières, aux visitateurs, les produits de la terre selon les différentes saisons de l’ année, le sont des moments d’ agrégation collective où le sacre, le religieux, le developpement du culte se mèlent au profane et donnent naissance à des cérémonies originales où le sens du surnanturel se transforme, très souvent, en des representations inattendues et  sanglantes. L’ a^me du calabrais est impulsive et généreuse, capable de passions extre^mes et primitives; une a^me faite de chair  mais surtout de sang, branlée et passionelle comme les deux volcans ( Etna et Stromboli ) qui entourent la règion du co^té de la mer; une a^me, donc, qui explose en manière violente lorsque les passions  s’ affrontent durement par le sang et les déchirures inguérissables d’ une siciété compaete comme le sol et pourtant elles sont susceptibles de secousses et de vibrations, dans ses tournures les plus obscures et les plus mystérieuses, comme les tremblements de terre qui ont toujours changé l’ assiette territoriale de cette région. Une vision, donc, majesteuse et sublime soit pour ce qui concerne la nature humaine soit pour le paysage et, ou fond de cette vision, la vieille conception grèque du ” destin ” qui meut les fils de la vie et de la mort et rejoint la catharsis dans les moments sublimes de la fe^te populaire. Il ne serait, peut – e^tre, mal jugé de penser de tirer, de tout cela, une idée pour un nouveau et plus spectaculaire Théa^tre de la Cruenté, selon la conception moins éculée et plus authentique d’ Antonin Artaud.

Francesca  Rita  Rombolà

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