downloadHo tra le mani un CD.

L’ho appena ascoltato.

Non si tratta di un CD di canzoni o di brani musicali.

In esso ho incontrato suoni, rumori, fruscii, cigolii, voci umane e della natura in una specie di “Zibaldone” in cui l’onomatopeica attraversa ogni traccia dalla prima all’ultima.

Ne sono autori Michal Libera e Rinus Van Alebeek.


Si è in viaggio…, o meglio, i due autori sono in viaggio in Calabria; una regione dell’estremo sud d’Italia dove la tradizione più remota si mescola all’esotismo e ad una modernità strana quanto di difficile comprensione e descrizione. E il viaggio in una terra esotica e in parte ancora da scoprire viene raccontato, appunto, nelle nove tracce raccolte e registrate, tra luglio e agosto 2014, in varie località calabresi quali: Santa Eufemia di Aspromonte, Gioia Tauro, Roghudi, Catanzaro, Rosarno, Caulonia e altre. “un suono, un odore, un sapore, può creare un’immagine o può restituire un’immagine attraverso il ricordo” diceva Marcel Proust.

Alcuni di questi suoni o anche semplici rumori sono riusciti, in me, a suscitare qualcosa: forse un moto interiore, dei ricordi d’infanzia perduti o rimossi, ma pur sempre un qualcosa che rimanda a un tempo semplice e nudo, una vita segnata da ritmi endemici e ancestrali in cui il sognare dilatato dell’età infantile vive l’attimo soltanto e dell’attimo coglie tutto lo spessore e la forza di coesione.

L’impatto della prima traccia del CD è stato molto intenso ed è riuscito a coinvolgermi e a trascinarmi in vortici al di fuori del tempo, permeati da un senso di profondità interiore sopito ma mai perduto. Il suono delle campane a festa, forse proprio in occasione di una delle tante feste religiose ancora molto in uso in ogni parte della Calabria. E poi il suono incessante di tamburi a un ritmo sfrenato e assordante, altra componente che non può mancare mai nelle feste calabresi e che l’inconscio “sente”, “percepisce” come proprio in ogni senso. Il cigolio di una porta che si apre o che si chiude, prolungato e, allo stesso tempo, di una velocità consumata che sa di lentezza atavica e di cose lontane. Allora si “spalancano” porte sigillate e finestre immaginali serrate… un viaggio dentro se stessi e nelle proprie radici, un andare per la terra alla ricerca dei suoi segreti, del suo vaso colmo di fertilità e di sangue, di dolore e di gioia.

Cosa hanno cercato e cosa hanno forse trovato questi due stranieri nella Calabria del ventunesimo secolo? Quello che hanno cercato e forse trovato gli stranieri che in ogni epoca della Storia attraversano la Calabria in lungo e in largo? E che cosa di preciso? Il mare, il sole, i profumi, i sapori della terra, gli odori primordiali di un mondo che sa ancora accogliere lo straniero e sa ancora dare spontaneità e calore alla sua anima inaridita?

Francesca Rita Rombolà

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