“… Talvolta, di notte, un rullare di tamburi proveniente da dietro la cortina degli alberi trascorreva sul fiume e rimaneva vagamente sospeso, come aleggiante nell’aria, in alto sopra le nostre teste, fino alle prime luci dell’alba. Non sapevamo se significasse guerra, pace o preghiera. Il giorno era annunciato dallo scendere di un silenzio gelido; i taglialegna dormivano, i loro fuochi si andavano spegnendo, lo schianto improvviso di un ramoscello faceva trasalire. Eravamo un pugno di uomini erranti sopra una terra preistorica, una terra che aveva l’aspetto di un pianeta sconosciuto”.

Brano tratto dal romanzo “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad

Testo piuttosto stratificato e nascostamente complesso, “Cuore di Tenebra”(Heart of Darkness) di Joseph Conrad deve essere letto e interpretato a molteplici livelli.

Il primo e più immediato è quello politico. Infatti, Joseph Conrad presenta un quadro che vuole di sicuro essere un atto d’accusa nei confronti di ogni “colonialismo bianco” del continente africano passato, presente e anche vagamente futuro. Prova ne è il fatto che i personaggi del romanzo appartengono alle più diverse nazioni europee (Francia, Germania, Belgio, Inghilterra), per cui l’intera politica coloniale europea è presa di mira insieme all’idea stessa di colonizzazione in quanto “atto di violenza” esercitato su popolazioni che, per il solo fatto di essere diverse (per lingua, cultura, colore della pelle, ecc. ecc.),vengono ritenute inferiori e sono quindi da “civilizzare” alla maniera dei bianchi europei.

“Lavoro”, “progresso”, “sviluppo” ecc. ecc. erano le parole d’ordine nel nome delle quali le nazioni europee si stavano spartendo, fra la seconda metà del diciannovesimo secolo e i primi decenni del ventesimo, l’intero continente africano. In realtà solo delle parole vuote infarcite di falsa retorica, quasi degli alibi per un capitalismo, nascente e già spietato, che nel colonialismo trova il suo sfogo migliore.

Il romanzo “Cuore di Tenebra” smashera ciò con forza e lucidità.

In realtà la civiltà europea viene presentata, da Joseph Conrad, come un enorme vuoto privo di valori, di ideali, di umanità.

Altri livelli si prestano ad una possibile interpretazione di “Cuore di Tenebra”, inquietanti e rilevanti. Per lo sgomento e a volte lo sdegno di alcuni personaggi del romanzo di fronte allo scempio perpetrato dagli europei in Africa, una domanda urgente sorge spontanea: com’è possibile tutto questo? Com’è possibile che la superiore civiltà europea produca in Africa un tale sfruttamento delle risorse del territorio, degli abitanti e di tutto quello che il “pianeta-Africa” ha in natura? Sono, in fondo, sufficienti le sole ragioni della politica e dell’economia a spiegarlo? O non c’è, invece, qualcos’altro, cioè una specie di “anima oscura o di cuore nero”, tenebroso profondamente nascosto e inconoscibile dell’uomo europeo la cui civiltà è ormai vecchia di millenni e perciò corrotta e decadente? Con ciò si giunge ad un altro livello interpretativo del romanzo, ossia a quello introspettivo e conoscitivo dell’anima dell’uomo super civilizzato.


L’Africa appare, per converso, all’uomo bianco immensa, selvaggia e insieme maestosa, quasi un Altrove che affascina e cattura prima di respingere.

Altro livello di interpretazione è la doppia valenza, anzi l’ambivalenza di un universo inesplorato e pieno di pericoli che se si lascia depredare delle proprie risorse naturali allo stesso tempo non permette di penetrare nei suoi recessi, nelle sue occulte strutture e dinamiche di vita e di morte, in ciò che di enormemente grandioso e terribile possiede ben al di là di una civiltà europea ormai avviata sulla scia della tecnica e del principio di organizzazione multinazionale per lo sfruttamento sistematico delle risorse. Quindi si può dire che l’Africa selvaggia e primitiva ha in sè un qualcosa che l’Europa civile e tecnicizzata non ha o ha avuto e ha perso? Forse sì. Forse no.

Cosa dice Joseph Conrad sull’Africa ai lettori di “Cuore di Tenebra?” Allora forse si scende adesso al livello di interpretazione più profondo dell’intero romanzo, e cioè là dove in questione è la possibilità stessa di raccontare l’esperienza di un viaggio che, in quanto avvenuto nel “cuore delle tenebre” (un intero continente meraviglioso, selvaggio e immane; l’uomo bianco civile, sfruttatore, spietato e soggiogato da una realtà che non sa definire e capire), si è spinto, alla fin fine, oltre i confini del linguaggio stesso. Non appartengono forse in “Cuore di Tenebra”, il linguaggio e le parole alla luce chiaroscurale della coscienza? E, dunque, come possono esprimere, raccontare ciò che ad essa si sottrae: l’oscurità dell’inconscio, l’orrore? Kurtz, il personaggio principale del romanzo, “discorrendo” di tornare in Africa per portare a compimento i suoi “immensi progetti”, aggrappandosi alle “evanescenti” immagini della sua carriera di avventuriero-sfruttatore, della sua gloria futura tenta di riaffermare, in exstremis, la propria identità, il proprio voler essere ad ogni costo.

E’ “all’inestinguibile dono di un’espressione nobile e superba” che egli ricorre per ricacciare nell’inconscio il doppio oscuro (l’ombra) e maledetto di sè, ciò che egli veramente è. Solo nell’attimo estremo della morte, che segna il disfarsi del linguaggio (il doppio, l’ombra, appunto), egli accede alla coscienza e si fa parola con il grido: <<L’orrore! L’orrore! >>.

Joseph Conrad dirà ciò, a proposito del suo romanzo “Cuore di Tenebra”: <<Il compito che, mediante il potere della parola scritta, cerco di realizzare è di far udire, percepire ma soprattutto vedere >>. Vedere non soltanto tutte le cose, già visibili in quanto stanno nella luce (della coscienza e del linguaggio), bensì anche quelle che, fuoriuscendone, rimangono invisibili.

Quale il messaggio di “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad, che così tanto successo ha avuto in decenni di ristampe e di traduzioni in tutte le lingue del mondo? Difficile individuarlo con precisione e comprenderlo non appieno ma almeno in parte. Un messaggio certamente di denuncia, di dolore, di elevata drammaticità, e forse anche di una, pur velata, speranza per l’homo sapiens e il suo “cuore di tenebra”. Anche le tenebre più nere e più impenetrabili, infatti, possono essere infine colpite da una luce, un solo debole raggio di luce, seppur davvero molto debole appunto.

L’attualità del romanzo? Indiscussa. Poichè l’Africa ancora e ancora, più che mai in questo tormentato ventunesimo secolo, è al centro della politica e del pensiero, conscio o inconscio, dell’Europa. L’Africa con i suoi immensi problemi e le sue immense risorse naturali e umane, la sua disperazione e la sua speranza, il suo grido d’aiuto e la sua profonda e silenziosa dignità nel complicato cammino verso il cambiamento e il miglioramento della propria condizione atavica di “terzo mondo”, nel tortuoso viaggio interiore, politico, economico, di sfaccettata umanità che dovrà condurre al riscatto sociale definitivo, si auspica e ci si augura, fra le terre emerse dell’intero pianeta.

Francesca Rita Rombolà

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