Si può accettare la violenza? Si può capire la violenza? La violenza sui minori, sulle donne, sugli animali, sui più deboli e sui più indifesi, la violenza razziale. Si può dare una risposta a queste domande? La violenza si veste di una “forma di comunicazione” caratterizzata da un rapporto di forze asimmetrico. Il non riconoscere l’altro come proprio simile è funzionale al fatto che la violenza possa compiersi, si costruisce cioè simbolicamente una differenza perché la violenza possa esprimersi. In fondo, la violenza è legata alla formazione e alla difesa dell’identità: la distruzione dell’altro avviene quasi sempre in funzione della preservazione della mia identità, in quanto la diversità dell’altro danneggia la mia stabilità esistenziale. La violenza che si manifesta nell’abuso e nello sfruttamento delle persone è collegata alla forma relazionale del potere e ne rappresenta, in un certo senso, una degenerazione o estremizzazione. La forma sessuale dello stupro, dell’induzione in schiavitù per fini di prostituzione o di abuso di minori, il maltrattamento di animali possono essere ritenuti una terribile esperienza coercitiva di potere sull’altro, espressione che ha bisogno della violenza sia come presupposto, per costringere l’altro ai propri voleri, sia come componente per la sua soddisfazione. La violenza sessuale poi…
“Così dicean tra loro, quando Argo, il cane Che ivi giacea, del paziente Ulisse, La testa ed ambo sollevò le orecchie. Lo nutrì un giorno di sua mano l’eroe, Ma, spinto dal suo fato a Troia, Poco frutto potè. Bensì condurlo Contro le lepri e i cervi e le silvestri Capre solea la gioventù robusta. Negletto allor giacea nel molto letame Di muli e buoi sparso alle porte innanzi, Finchè, i poderi a facondar d’Ulisse, Ne togliessero i servi. Ivi il buon cane, Di turpi zecche pieno, coricato stava. Come egli vide il suo signor più presso, E, benchè tra quei cenci, lo riconobbe, Squassò la coda festeggiando, ed ambe Le orecchie, che drizzate avea da prima, Cader lasciò: ma incontro al suo signore Muovere, siccome un dì, gli fu disdetto. Ulisse, guardatolo, si asciugò Con mano furtiva dalla guancia il pianto, Celandosi da Eumeo, cui disse tosto: Eumeo, quale stupore! Nel letame giace Cotesto, che a me pare cane sì bello. (…)E tu così gli rispondesti, Eumeo: Del mio re lungi morto è questo il cane. Se tale fosse di corpo e di atti, quale Lo lasciò, a Troia veleggiando Ulisse, Sì veloce a vederlo e sì gagliardo, Gran…
MIGRANTI Migranti. Migranti nel mare nel mare più ricco di storia del mondo. Dalla guerra, dalla fame, dalla disperazione da tutto in fuga e ancora in fuga e sempre in fuga a lottare contro la cieca furia degli uomini e l’ultima lotta contro la violenza delle onde inumane. Ho visto molte mani di colore nero annaspare ma non ho teso le mie mani per aiutare. Ho sentito molti bambini urlare ma non ho saputo porgere l’orecchio per ascoltare. Ora tante bare allineate straniere fra stranieri: un numero sul volto sconosciuto talvolta un fiore di fretta abbandonato il mio occhio guarda indifferente. Donna senza nome ragazzo nudo senza più un abito uomo coperto di un cencio appena il canto e la parola ti rerstituiranno gli affetti, la dignità il tuo sentire e il mio. Francesca Rita Rombolà Poesia improbabile, versi improvvisi per la tragedia, non prima e non ultima forse, avvenuta al largo delle coste di Lampedusa il 3 ottobre scorso e per la quale l’autrice nulla può se non esprimere il suo dolore con il Canto e il dolore del suo canto.
AMORE PROFONDO Una foto, una foto ancora, un sorriso immortalato che diventa memoria. Un abbraccio, un ricordo, da tenere per mano la tua forza segreta quando sei ormai lontano, nel cammino prescelto, non da te ma da Dio, e lo sai che al tuo fianco ci sarò sempre io. Uno scatto, uno scatto ancora, uno sguardo immortalato che diventa storia e ti segue, ti culla, non ti lascia mai solo della mente e del cuore è un enorme tesoro. Le distanze non hanno mai potere sul cuore, nè in chilometri si può calcolare l’amore. Quell’amore profondo che dà gioia e dolore che dà un senso alla vita, ma con essa non muore. Cosmina Furchì Gliatas Può l’amore essere talvolta così profondo da annullare le distanze? Così profondo da infondere ed effondere quella gioia e quel dolore particolari che danno un senso alla vita, tale da andare oltre la morte? Sì. Anche se è molto difficile e piuttosto raro praticare, dare e ricevere amore profondo nella realtà di ogni giorno. La poesia di Cosmina Furchì Gliatas dal titolo AMORE PROFONDO diventa intensa come una invocazione, accorata quasi come una preghiera quando cerca, piena di speranza, di trasmettere al lettore, forse…
