Un sound anche intriso di blues. Joseph Porcaro e i Toto

9 Luglio 2020

Canzoni quali “Africa”, “Stop loving you”, “Rosena”, “Pamela” fra le più conosciute, ascoltate e apprezzate da milioni di fan in tutto il mondo hanno fatto la storia di un certo rock americano: melodico ma non sdolcinato, potente e compatto ma non duro, ascoltabile, ballabile, dal ritmo irresistibile eppure in un certo qual modo profondo e metropolitano, attento alle problematiche di una società in mutamento e, nello stesso tempo, capace di dare intensi spunti di riflessione e lasciare ampio spazio ad una atmosfera esotica che sa di sogno e di poesia.

Questo rock americano è stato, in un certo senso, creato, ideato, realizzato e diffuso in America e nel mondo dai Toto la band leggendaria della famiglia Porcaro. Chi erano e cosa hanno rappresentato i Porcaro? Una famiglia di musicisti sì, che hanno fondato una band alla quale hanno dato il nome di Toto (un nome italiano, sorta di nickname piuttosto diffuso fra le persone di sesso maschile in Calabria e il cui nome di battesimo è Antonio), composta dal padre Joe e dai tre figli, Jeff (1954 – 1992), batterista; Steve, tastierista; Mike (1955 – 2015), bassista.

Era il 1976 quando Joseph Porcaro, insieme ai suoi tre figli (Jeff, Steve, Mike), decide di iniziare una grande avventura musicale che condurrà, lui in primis, e il resto della famiglia sull’Olimpo del rock, in America e nel mondo, accanto a nomi come Bruce Springsteen, Eagles, Lou Reed etc. Rapido è il successo mondiale dei Toto, incredibile la loro ascesa al music business e al piedistallo di icona rock; merito di sicuro di Joseph, “Joe”, Porcaro, percussionista e con un talento musicale che gli scorre nelle vene fin da bambino trasmessogli probabilmente dal padre, percussionista autodidatta nel cuore di una Calabria bella ma povera, terra di emigranti e di realtà contrastanti.

Joseph Porcaro si è spento il 6 luglio (lo stesso giorno in cui si è spento Ennio Morricone). Era nato in Connecticut nel 1930, figlio di un emigrante calabrese, di San Luca in provincia di Reggio Calabria, del quale portava lo stesso nome: Giuseppe Porcaro.

Joseph Porcaro ha avuto davvero un talento unico in campo musicale; fra le sue molte realizzazioni, oltre alla band dei Toto, la fondazione, in California, del “Los Angeles College of Music”, accademia della musica e scopritrice di talenti, dove egli ha anche insegnato, e la collaborazione con artisti del calibro di Madonna, i Pink Floyd, Bruce Springsteen, Frank Sinatra, Don Ellis.

Ho ascoltato i Toto, per la prima volta, nel lontano 1980, per rimanere subito rapita e quasi incantata dal sound di questa rock band intriso anche di blues, a ragione, sicuramente perché le proprie radici fatte di sofferenza, di emigrazione, di miseria, di povertà non possono che riflettersi specularmente proprio in tale genere musicale. Potrebbe sembrare paradossale o addirittura contraddittorio che San Luca (alle falde dell’Aspromonte) è il centro abitato della Calabria conosciuto principalmente per la presenza massiccia della N’drangheta e per una certa “arretratezza” sociale e culturale… ma i paradossi e le contraddizioni fanno parte della vita. Diversi anni fa, proprio un uomo colto di San Luca e nella piazza principale di San Luca, forse anche parente alla lontana di Giuseppe Porcaro emigrato negli USA prima della Grande Guerra (1915 – 1918), a proposito di Joseph Porcaro e dei Toto, mi disse queste parole: << I grandi talenti artistici in Calabria ci sono, ci sono sempre stati e ci saranno sempre. Il problema è che non riescono mai ad emergere e ad avere successo… ma se per puro caso o per circostanze straordinarie della vita riescono ad emergere e ad avere successo, allora forse sono fra i migliori al mondo >>.

Chissà, forse è proprio vero… Grazie, Joseph Porcaro, per i Toto e per la loro musica che avete dato al mondo.

IL TALENTO

Oscuro come la notte più buia

ma la musica

non ha confini o pregiudizi,

silenzioso e fiero come l’Arte

poiché l’Arte è universale,

e gli esseri umani

riconoscono il suo richiamo.

Francesca Rita Rombolà

 

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