Una sensazione forte, corroborante. La mente che si apre, il cuore che pulsa e si rigenera, la voce che si libera di tante atavicità incancrenite, sclerotizzate, spesso assurde. E parla, perché riesce a parlare, adesso. Può parlare. Perfino urlare sì. Ormai può farlo senza più molta paura e con tutta la consapevolezza possibile della propria femminilità. Ho letto il bellissimo volume “La voce liberata. Nove ritratti di femminilità negata AA. VV. ” a cura di Ilaria Franciotti (ChiPiùNeArt Edizioni, 2021). L’ho letto. L’ho meditato. Ci ho riflettuto su. Ed è stato, per me, come un ri – torno. Un ri – trovare me stessa. Un andare col ricordo, e con la scrittura, a tante pagine che ho scritto su alcuni di questi ritratti femminili mitici, archetipici, semi divini a cominciare da Lilith (spesso soltanto citata, talvolta protagonista tenace del mio primo romanzo “Ultimi giorni di novembre” – Firenze Libri Editore, 1993) per finire a Penelope (alla quale ho dedicato un intero canto, “L’albero di Penelope”, nella silloge poetica “Petali grigi” – Edizioni del Leone Venezia, 2004). Il libro non è un saggio, né forse pretende di esserlo a tutti gli effetti, e non è una carrellata di ritratti che si…
Incendio di rivolta. Fuoco di rivoluzione. Vento di cambiamento. Lotta per la libertà. Muta un’epoca. Si trasforma la fisionomia di un’era. E il poeta, a qualunque epoca appartenga e in qualunque era dispieghi il suo operato, è lì: presente, attivo. Voce che annuncia la tempesta. Voce che si leva per ammonire, per denunciare, per esortare e per incitare. Voce che si leva per la libertà, non solo di ogni uomo o donna ma di ogni essere vivente che fa parte della natura, che vive e muore sulla terra. Voce che parla. Voce che grida. Voce che urla. Voce che non ha paura di parlare. Voce che non ha paura di gridare. Voce che non ha paura di urlare. Nelle rivolte, nelle rivoluzioni, nelle guerre civili e in quelle fra popoli e nazioni diversi il poeta è sempre sulle barricate e in prima linea a fianco di chi sta lottando per la propria libertà, i propri ideali, i propri sogni e le proprie utopie, la propria vita; a fianco di chi sta combattendo e di chi sta morendo, di chi muore, ad ogni ora del giorno e della notte, nei modi più atroci e più assurdi, più oscuri e più terrificanti,…
Mettere il teatro per iscritto non è poi tanto semplice. Lo ha fatto Luigi Pirandello, lo ha fatto Samuele Beckett, lo ha fatto Gustav Strindberg ecc. ecc, drammaturghi e commediografi che hanno dato, in un certo qual senso, “letterarietà” alla parola e alla veste più elegante e più difficoltosa che è la recitazione. Si può dire che il teatro è la forma d’arte più elevata? Forse. O forse no. Ma è di sicuro la più singolare. Nel leggere il volume “DIGNITA’ Mono – luoghi per attori, spettatori e lettori attivi” di Luciano Melchionna, edito da ChiPiùNeArt Edizioni (quinta ristampa, maggio 2023), ho percepito e vissuto – forse in qualche profondità davvero remota e piuttosto oscura – nella mia psiche un qualcosa di indicibile e di spiazzante, talvolta perfino di scioccante. Non è il classico “pugno nello stomaco” che ti lascia intontito, sembra essere di più perché sconvolge, si impone e fa riflettere ma soprattutto pone interrogativi ai quali bisogna rispondere con urgenza. E’ un libro sì, in cui le piéces teatrali si avvicendano e si rincorrono, incalzano anche il lettore; brevi, veloci, taglienti che lacerano la carne e lo spirito (la pelle ha dei brividi nel leggerli). I riflettori dell’arte…
Chi è il poeta? Il poeta è strumento dell’epoca. Come strumento della lingua. L’epoca e la sua lingua, in realtà, pensano per mezzo del poeta. Tuttavia questo pensiero stesso deve influenzare l’epoca e la sua lingua. Il poeta non trasforma il mondo e le cose del mondo, ma può influenzare la coscienza e toccare le corde più sensibili e profonde del cuore dell’uomo. Il poeta è un custode della tradizione, della memoria, del ricordo. Un custode della parole. E un custode dell’Essere. Si osservi la Storia là dove essa avviene “effettivamente” e su scala escatologica. Nel suo cataclisma continuo non restano e non possono restare dottrine né politiche né poetiche. Ma la Poesia rimane in ogni caso, e mostra di essere essa stessa una più alta “impolitica politica”. L’unica forma di poesia possibile alla fine di un’epoca, di un’era, dei tempi è quella escatologica, quella, in parole povere, che nega il mondo inumano dei giorni che si vivono in nome di un grande mutamento. La Poesia vera è una cosa rara: la sua pienezza fu dispiegata agli uomini nei templi antichi fra divinità e muse e in quel libro grandioso e misterioso conosciuto universalmente come la Bibbia. E da quel…
Cosa può fare, o non fare, la Poesia in momenti cruciali della vita di una persona (uomo o donna) che la scrivono o la apprezzano o che comunque non sono estranei ad essa? Può salvare dal baratro quando questo si spalanca davanti all’improvviso, o può anche salvare dal cuore e aiutare a ritrovare il “proprio cuore” smarrito. Di certo punto a favore della grande potenza e del mistero insiti nella poesia. Ho appena finito di leggere “Né il cuore né il baratro” silloge poetica prima di Giovanni Rossi, edita da ChiPiùNeArt Edizioni (febbraio 2023), e sono diverse e varie le cose che mi hanno colpito della sua poetica: il titolo di ogni poesia è alla fine e non all’inizio segno, a mio parere, che in poesia non c’è rigidità di codici e che il suo fluire si incanala bene nel detto “tutto è possibile e il contrario di tutto”, l’io lirico costruito su un linguaggio quasi minimal decisamente efficace per l’immediatezza con la quale stimola nel lettore il meccanismo del sentimento; gli interrogativi che pone nei riguardi dell’esistente tutto (dal fiore al cielo, dalla roccia al filo d’erba al vento alle onde del mare ecc. ecc.); il senso recondito della…
