Africa: poesia e identità

L’Africa, continente, mondo, pianeta, fu già sede di splendide e operose civiltà, dall’egizia alla cartaginese, dall’ellenistica all’afro – romana, all’araba, ai regni del Sud e dell’Ovest, e impenetrabile ricettacolo di popolazioni (tribù e gruppi consistenti) nomadi e stanziali. Divenne terra di avventurose esplorazioni, oggetto della cupidigia di predatori e di schiavisti, campo d’azione per l’ardente carità di missionari e di filantropi, sostegno, con le sue inesauribili riserve, della potenza politica ed economica di imperi coloniali insaziabili e spesso sfruttatori, centro di attrazione (soprattutto negli ultimi decenni), per opulenti turisti amanti della caccia grossa (i famosi safari) e dell’esotismo. Oggi, in pieno ventunesimo secolo, l’Africa presenta un quadro contraddittorio e multiforme di rivendicazioni non appagate, di aggrovigliati problemi economici, sociali, nazionali non risolti, di orgogliosi tentativi di procedere sulla via non facile del progresso tecnologico. Forse la sua identità più vera e più genuina può essere reperita ancora nella poesia orale che in ogni parte del continente, a sud, a nord, a ovest a est, si mantiene ed è piuttosto vivace e meravigliosa. I boscimani, altro popolo di raccoglitori – cacciatori, sono i depositari di una tradizione orale, soprattutto poetica, davvero antichissima che le pitture rupestri della Rhodesia (l’attuale Zimbawe) testimoniano…

Canto dei pigmei d’Africa

I pigmei sono un popolo di cacciatori – raccoglitori che abita nell’estesa foresta del bacino del Congo e di altre regioni dell’Africa centrale, tra Camerun, Repubblica Centro – Africana, Gabon, Repubblica Popolare del Congo, Repubblica Democratica del Congo, est Uganda ed est Ruanda. Si dividono in molti sottogruppi ognuno dei quali costituisce un popolo a sé, tra questi, ad esempio, i Twa, gli Aka, i Baka e i Bambati. Oggi (2024) i pigmei sono popolazioni a rischio di estinzione, nonché custodi di una cultura orale davvero ancestrale che ha il suo epicentro nella poesia. Il canto che segue è un canto di fede, poesia d’amore e di fratellanza: fede nella vita che continua dopo la morte, amore per chi continua a vivere nell’Aldilà, accanto allo Spirito Divino – Kumvum – che sta vicino a tutti i suoi figli abitatori della grande foresta. Ma è anche un canto che rivela, più di molti libri di poesia di ogni genere (epico, tragico, elegiaco, ecc. ecc.), l’anima di un popolo antico e primordiale quanto la terra e il cielo, il suo pathos, la sua profonda e unica interiorità, la sua elevata capacità di percepire, di sentire, di ascoltare affidata al canto, espressione corale…

“Dobbiamo scrivere per parlare con l’umanità intera”. Breve conversazione con il poeta e scrittore Cheikh Tidiane Gaye

Cheikh Tidiane Gaye è nato a Thiès, in Senegal, nel 1971. Dopo la laurea si è trasferito prima in Costa d’Avorio, dove vivrà per due anni e poi, nel 1997, in Italia. Si è distinto in molti campi dello scibile umano, ma soprattutto nel campo della letteratura come poeta e romanziere. E’ conosciuto quale cantore importante dell’oralità africana, ed è il primo intellettuale africano a tradurre in italiano il poeta, primo presidente della Repubblica del Senegal, Léopold Sédar Senghor. Nel 2024 Cheikh Tidiane Gaye è nominato membro ordinario dell’Accademia Europea delle Scienze e delle Arti. Fra i suoi romanzi: “Mery, principessa albina – Racconto di un sogno africano” (Edizioni Liberodiscriver, 2011); fra le sue raccolte poetiche: “Il canto del Djali – Voce del saggio, parole di un cantore” (Edizioni dell’Arco, 2007), “Il sangue delle parole” (Kanaga Edizioni, 2018), “Ombra” (Kanaga Edizioni, 2022); la sua traduzione: “Léopold Sédar Senghor: il cantore della Négritudine” (Edizioni dell’Arco, 2013); il suo saggio: “Voglia di meticciato – Il Dialogo tra le Culture ed Etica” (Kanaga Edizioni, 2022). Francesca Rita Rombolà e Cheikh Tidiane Gaye conversano di letteratura e di poesia. D – Dottor Gaye, lei è stato il primo intellettuale africano a tradurre in italiano…

L’antica arte giapponese dell’ikebana

L’ikebana è un’arte molto antica che ha saputo trovare in ogni epoca, avendo alle spalle più di mille anni di storia, la dimensione della realtà contemporanea per la sua straordinaria capacità di esprimere la vita nella sua totalità. Le prime composizioni ikebana furono create da un nobile della corte imperiale nipponica, Ono – No –  Imoko, inviato presso l’impero cinese dove aveva appreso l’arte della disposizione dei giardini. Rientrato in patria e divenuto monaco buddista, diede inizio alla tradizione del famoso giardino giapponese, con i tipici laghetti e ponticelli in legno che tuttora lo caratterizzano. Le dimensioni delle prime creazioni ikebana erano enormi, avendo i monaci buddisti a disposizione spazi molto vasti. Esse, infatti, potevano anche raggiungere i sei metri di altezza, come è testimoniato dai basamenti in legno ancora esistenti. Per questo l’arte della composizione floreale ikebana fu praticata a lungo solo dai monaci buddisti e da quei nobili che avevano iniziato ad apprezzarla: i palazzi e i grandi templi erano gli unici edifici a poter contenere queste grandi creazioni – composizioni floreali. Nell’ XI secolo (epoca kamakura) la casta militare (i samurai) prese il potere nella corte imperiale del Giappone, per cui lo stile di vita spartano del…

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