E’ un tempo che annuncia il raccoglimento interiore. Un tempo per meditare e per riflettere su se stessi e su tutto ciò che ci circonda. Un tempo che avvicina di più a noi i nostri cari morti … una vera festa tutta per loro. Dedicata a loro. Perché la luminosità dei loro occhi vivi entri nei nostri e non si spenga mai. Perché ciò che ci rende consapevoli e forti nelle avversità possa essere fresca sorgente per il loro spirito e quiete per la loro anima.
Un tempo e un giorno elargiti per chi amò e praticò la pace e la giustizia, il bene e la verità, percepì il senso profondo dell’umano patire e dell’umano agire.
Nello splendore e nella gloria luci che muovono verso chi le scorge – anche e ancora – in lontananza … poiché il vicino e il lontano non arretrano di fronte all’inesorabile che, a volte, sembra sovrastarci e renderci impotenti.
Così l’autunno apre le sue porte, e ci invita ad entrare pienamente nella sua bella e modesta dimora.
VOLTI CHE PIU’ NON VEDI
Silenti i crepuscoli serali,
di un rosso acceso le nubi
trascolorano a Occidente
nella quiete che precede la sera.
Fra poco la notte
aprirà i suoi varchi,
lieve il cammino
per la radura
segnerà la terra
e i passi tracceranno
la strada delle foglie
cadute al suolo
in momenti e in attimi mai osservati.
Ecco che l’altra metà
ha raggiunto il sentiero
di fievoli luci in movimento,
il simbolo si ricompone:
il remoto nel presente viene
va il futuro libero
di tutte le paure e le angosce del vivere
poiché il morire
passa inavvertito
quando il tramonto entra sicuro.
Oh volti che più non vedi
volti che il sogno talvolta
dona e custodisce
e il freddo sonno d’Oltretomba
trattiene e avvinchia.
Vi ho amati
tanto da conservarne le fattezze
ancora un giorno, ancora un anno
al galoppo come millenni e secoli imbizzarriti?
Mi amate così tanto da ritornare
per un sorriso, un sospiro, uno sguardo
che svanisce al placido e vago
apparire dell’aurora
nemica delle ombre
e dei tormenti più dolorosi?
Corona di luce e di letizia
è adesso il giorno,
la nebbia sospesa sui campi
di battaglia e di semenze
ci congiunge tutti
nell’abbraccio che rinfranca e salda.
Argenteo di luna
è quel volto soave
che il poeta del fiore azzurro
vide per primo dalla culla
e con sé portò nella tomba
raggiante di divina giovinezza.
Ah cantico a loro dedicato
radice dei morti
che nutre materna
l’albero incompreso della vita.
Francesca Rita Rombolà

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