Perché il mondo rinnovi la sua veste, anche se vestito non è. Perché i giorni di un anno abbiano luci e ombre, anche se le ombre avvolgono il tempo e lo spazio. Perché la festa che annuncia l’inverno faccia splendere il sole, anche dove il sole non splende mai; e il solstizio vada sicuro verso l’imminente sorgere dell’aurora al termine della notte più lunga dell’esistenza. Un Buon Natale e un Felice Anno Nuovo. LA GLORIA DEI CIELI IN FESTA Saldo nel silenzio primordiale l’Universo si espande nei suoi mondi, punti luminosi le stelle ora che le tenebre non sono più e la luce si invola nell’istante che libera la frazione dell’attimo. Che cos’è l’uomo? E’ una sera che pungola l’inverno a reagire anche quando quieta l’aria si adagia dopo il crepuscolo splendido a occidente del mondo nel suo rosso soffuso bagliore. Chi è l’uomo? Eoni ed eoni frammenti di un istante un millisecondo gettato nel lampo che lontanissimo va per i recessi cosmici verso le colonne portanti della Creazione. Perché l’uomo? Bianche si adagiano le case come cubi disuguali scagliati nel vento, poco più di un villaggio ormai con un glorioso passato che trascende i secoli nel portento enigmatico…
“La terra abbandonata” è il romanzo che lo scrittore Bonaventura Tecchi (1896 – 1968) terminò poco prima della morte. Questo romanzo – dunque – ha, per motivo ispiratore, il dramma dello scontro della civiltà contadina con la civiltà tecnologica. In questo scontro l’autore soffre fortemente il crollo dei più cari ideali di vita, soprattutto dell’incanto elegiaco che si effonde dalla terra abbandonata. Tutto questo mondo di pensieri e di pene, tutto il pathos che incarna l’intera vicenda del romanzo si concretizzano nella protagonista, Rapisarda, una delle figure femminili di Bonaventura Tecchi più complete e più sofferte e, in fondo, a lui più care, come uomo e come artista. Rapisarda, una contadina, lascia i campi e va a vivere in città per accontentare la figlia Rosanna, che è ammaliata dalla città e dalla vita che in essa vi si conduce. Ma, in città, Rosanna, che è sposata con Stefano, un modesto impiegato, avrà una relazione con un nobile ( un marchese) dal quale rimarrà incinta. Ella morirà a causa del parto, e il bambino – Momi – sarà allevato dalla nonna Rapisarda. Momi, crescendo, mostrerà una certa propensione per la campagna, la terra; sicché Rapisarda, che ha sempre avuto nel cuore…
“Il taglio del bosco” è un racconto lungo che è fra le prime opere scritte da Carlo Cassola (1917 – 1987) – scritto fra il 1948 e il 1949, fu pubblicato nel 1950 su “Paragone”; è stato successivamente ristampato nel 1954 con altri racconti in un volume omonimo – ma che tuttora non pochi critici letterari considerano il capolavoro di questo scrittore. In “Il taglio del bosco” vi sono rievocate, con appassionata partecipazione, l’angoscia e la solitudine di un boscaiolo sui trentotto anni, Guglielmo, che, dopo aver perduto la moglie (e in ciò rivive la dolorosa esperienza dello scrittore) ed essere rimasto solo con due bambine, per fortuna accudite da una zia, nel lavoro accanito del taglio di un bosco – un lavoro senza un momento di sosta dall’autunno al mese di marzo successivo – cerca di superare la disperazione. Nulla, però, vale ormai per l’uomo, tanto il tormento della morte della donna amata lo tiene afferrato; a Natale, ad esempio, neppure il pensiero delle figlie riesce ad indurlo a lasciare per due giorni il bosco e tornare a casa da loro. E quando una volta si ammala, e nella capanna è in preda alla febbre, si sente addirittura felice…
Lavinia Pinello è psicologa, scrittrice, sceneggiatrice e saggista. Come autrice spazia tra romanzi, racconti simbolici, saggi, graphic novel e sceneggiatura. Parallelamente alla scrittura narrativa, Lavinia Pinello svolge un intenso lavoro divulgativo e culturale. Partecipa, infatti, a convegni, tavole rotonde, festival dedicati alla letteratura, alla mitologia e al fantastico, portando uno sguardo unico che combina competenze psicologiche e conoscenza simbolico – narrativa. Coltiva, inoltre, una forte passione per la cultura pop e la narrativa di genere, che integra nella sua opera con approccio critico e ispirato. Francesca Rita Rombolà conversa di anima, di poesia, di letteratura con Lavinia Pinello. D – Vogliamo iniziare questa conversazione parlando un po’ dei libri che ha scritto e pubblicato? R – Certo, con piacere. Il mio lavoro nasce sempre da un punto di incontro tra psicologia, narrazione fantastica e simbolismo. Scrivo perché nella narrazione trovo una forma di conoscenza, un modo per dire ciò che la pura esposizione teorica non potrebbe contenere. In questo mi sento in continuità con la tradizione dei miti e delle fiabe, che non sono mai stati semplici intrattenimenti: erano, e restano, dispositivi simbolici. Nei miei romanzi e nei miei saggi cerco di fare ciò che Bruno Bettelheim descrive ne “Il…
