Lavinia Pinello è psicologa, scrittrice, sceneggiatrice e saggista. Come autrice spazia tra romanzi, racconti simbolici, saggi, graphic novel e sceneggiatura. Parallelamente alla scrittura narrativa, Lavinia Pinello svolge un intenso lavoro divulgativo e culturale. Partecipa, infatti, a convegni, tavole rotonde, festival dedicati alla letteratura, alla mitologia e al fantastico, portando uno sguardo unico che combina competenze psicologiche e conoscenza simbolico – narrativa. Coltiva, inoltre, una forte passione per la cultura pop e la narrativa di genere, che integra nella sua opera con approccio critico e ispirato.
Francesca Rita Rombolà conversa di anima, di poesia, di letteratura con Lavinia Pinello.
D – Vogliamo iniziare questa conversazione parlando un po’ dei libri che ha scritto e pubblicato?
R – Certo, con piacere. Il mio lavoro nasce sempre da un punto di incontro tra psicologia, narrazione fantastica e simbolismo. Scrivo perché nella narrazione trovo una forma di conoscenza, un modo per dire ciò che la pura esposizione teorica non potrebbe contenere. In questo mi sento in continuità con la tradizione dei miti e delle fiabe, che non sono mai stati semplici intrattenimenti: erano, e restano, dispositivi simbolici. Nei miei romanzi e nei miei saggi cerco di fare ciò che Bruno Bettelheim descrive ne “Il mondo incantato”: usare il fantastico come una lente per rendere visibile ciò che normalmente resta nell’ombra della coscienza. Ogni storia che scrivo parte da un nucleo psicologico, spesso archetipico, che poi trova espressione nella mitopoiesi narrativa prendendo la forma che vuole: a volte romanzo, altre volte saggio, altre ancora sceneggiatura nell’antologia fantasy a fumetti, “Short Swords”, pubblicata da Tora Edizioni e illustrata da Bigio, dove ho firmato una delle storie. E’ un progetto corale, molto ricco, che rientra precisamente in questa linea di ricerca: utilizzare il linguaggio del fumetto come spazio per articolare dinamiche psichiche e simboliche in forma narrativa e visiva, e che ha ricevuto un bellissimo riconoscimento da “L’Indiscreto”. Per me è stata la prova che la contaminazione tra linguaggi è non solo possibile ma fertile. Parallelamente prosegue la mia attività saggistica e divulgativa: dalle conferenze dedicate all’universo tolkieniano – come “Sentieri Tolkieniani 2024 – 2025” fino alla partecipazione alla mostra “Tolkien: Uomo, Professore, Autore” presso la Reggia di Venaria – alle talk accademiche sul game design, come quella tenuta all’Università di Reggio Emilia e organizzata dall’équipe di Game4CED (Università di Milano) insieme a mio marito, Andrea Chiavesio, in cui abbiamo intrecciato psicologia, teoria narrativa e progettazione ludica. Ogni progetto è un frammento di una ricerca più lunga, che continua a espandersi.
D – Come riesce a conciliare la psicologia con la narrazione fantastico – mitologica? Il suo lavoro di psicologa la porta – dunque – ad esplorare dimensioni della psiche – anima che rimandano ad un Altrove?
R – Direi che la mia formazione psicologica – mi sono laureata in Psicologia (LM – 51, vecchio ordinamento), ho svolto il tirocinio professionalizzante, un anno di volontariato clinico e diverse specializzazioni – non rappresenta il mestiere che esercito formalmente, quanto piuttosto una forma mentis che continua a informare il mio modo di abitare il mondo. Ho scelto però, con calma e consapevolezza, di non sostenere l’esame di Stato e quindi non abilitarmi alla professione. Non perché mi mancasse interesse per la pratica professionale, ma perché ho sempre sentito che la professione, nella sua dimensione istituzionale, non fosse il mio luogo autentico e che il mio modo di lavorare con l’anima non avrebbe mai seguito la strada più convenzionale. Preferisco che la psicologia resti per me uno strumento di comprensione, non un mestiere regolato da protocolli; un linguaggio, più che un ruolo. E io avevo bisogno di portarlo in un’altra forma. Questo mi permette di muovermi con maggiore libertà, di esplorare quelle zone liminali dove psicologia, mito e narrazione si fondono. Come ricordava James Hillman, “la psicologia deve imparare a pensare poeticamente, perché l’anima è fatta di immagini”. Forse è per questo che il mio immaginario, fin dall’inizio, è inclinato verso il fantastico e il mitologico: perché vedo nella fiaba, nel simbolo, nel mito antico, gli archetipi profondi delle narrazioni che modellano ancora oggi la psiche umana. Non considero, infatti, psicologia e mito come ambiti separati; sono due dialetti della stessa realtà profonda. Lo psichico non si limita a ciò che accade “dentro” un individuo: è un orizzonte che precede qualsiasi divisione tra interno ed esterno. Quindi, quando scrivo, non cerco di spiegare la psiche: cerco di ascoltarla. E spesso ciò che emerge proviene da un Altrove che non è né razionale né strettamente realistico. E’ quella regione che Jung chiamava mundus immaginalis, dove realtà e immaginazione si compenetrano, dove ogni simbolo è una porta e ogni personaggio un volto dell’inconscio. Il mito, da questa prospettiva, non è solo una narrazione: è una modalità di pensiero originaria, una struttura della coscienza che precede la ragione. Jung vedeva l’archetipo come un impulso che “agisce nell’uomo come un fiume nel suo letto”: un qualcosa da interpretare, un qualcosa che ci plasma. E scrivere fantastico significa ascoltare la forma di quel letto, non solo il flusso dell’acqua. Per questo l’Altrove di cui parlo non è un altrove fantastico, geografico o escapista. E’ un altrove psichico. il fantastico, quando è scritto con consapevolezza, è una mitologia contemporanea. Sono mondi che funzionano come laboratori psicologici: ci permettono di attraversare l’Ombra, di interrogare l’archetipo, di raccontare ciò che la logica non oserebbe sfiorare. Un Altrove che noi tutti abitiamo ogni notte nei sogni, nelle immagini interiori, nei miti che ci attraversano anche quando non ce ne accorgiamo. In questo senso, la mia formazione non è qualcosa che aggiungo alla narrazione: è la lente attraverso cui la narrazione prende forma. La psicologia mi offre profondità, il mito mi offre vastità. La letteratura, infine, è il luogo dove queste due profondità si incontrano e si riconoscono.
D – Lavinia Pinello è anche sceneggiatrice, vero? Quali le sue sceneggiature preferite?
R – Sì, la sceneggiatura è una delle parti del mio lavoro. E’ un tipo di scrittura molto dinamico, fatta di ritmo, immagini, spazi bianchi e silenzi. Ti costringe alla sintesi, a pensare per scene, per emozioni immediate, per passaggi visivi. Una inquadratura non è solo ciò che mostra, ma ciò che implica. Nella sceneggiatura la psiche diventa architettura: lo spazio è un pensiero, il ritmo è un’emozione, il silenzio è un gesto metafisico. Sono particolarmente legata ai lavori in cui la dimensione mitica si coniuga con la ferita dei personaggi. Mi interessano i protagonisti imperfetti, quelli che portano una crepa. Le crepe, in narrativa, sono porte dove il visibile e l’invisibile si sfiorano e il simbolo emerge con naturalezza, senza essere spiegato. Il simbolo è una creatura selvatica: se cerchiamo di addomesticarlo, muore; se lo lasciamo agire, diventa rivelazione.
D – Cosa pensa della letteratura del ventunesimo secolo, ovvero di questi ultimi venti anni almeno?
R – La letteratura del ventunesimo secolo mi appare come un territorio in movimento, una geografia fluida dove i confini si stanno lentamente erodendo. Per molto tempo abbiamo vissuto dentro l’idea che i generi letterari servissero a delimitare, a contenere, quasi a disciplinare l’immaginazione. In parte è vero: la tassonomia dei generi è nata per comodità, per orientare lettori ed editori. Ma, come ogni sistema chiuso, rischia di diventare uno schema rigido, un modo implicito di definire cosa sia legittimo e cosa non lo sia. Trovo che i generi siano utili come mappe, ma che diventino pericolosi quando vengono utilizzati come dogane. Oggi, noto un fenomeno interessante: il gusto dei lettori sta disgregando queste strutture, lentamente ma inesorabilmente. E’ particolarmente evidente nella narrativa per ragazzi, dove fantasy, realismo, fiaba, romanzo di formazione, speculative fiction, romance e poesia si mescolano senza chiedere permesso. E questa porosità sta cominciando a contaminare anche la narrativa per adulti, che si apre sempre più a ibridazioni, sovrapposizioni, contaminazioni. E’ come se i lettori, più che i critici, avessero colto ciò che italo Calvino suggeriva quando scriveva che “ogni lettore cerca nella letteratura qualcosa che non ha ancora”. Credo che oggi quel “qualcosa” richieda forme ibride e coraggiose, non l’adesione a categorie prestabilite. La letteratura del nostro tempo è plurale, attraversata da tensioni nuove: ecologiche, metafisiche, sociali, speculative. E’ un laboratorio aperto, più che un canone chiuso. E credo che sia un bene. In fondo, il nostro tempo – frammentato, multiplo, interconnesso – sembra chiedere proprio questo: narrazioni capaci di superare le dicotomie tra alto e basso, tra realistico e fantastico, tra autoriale e genere. La letteratura contemporanea non è meno complessa di quella del passato; è solo più porosa e in questa porosità, in questa libertà di mescolare linguaggi e forme, io vedo una straordinaria possibilità di rinascita. Se i generi devono esistere, che sia come strumenti, non come confini; come, appunto, mappe.
D – … E della poesia e dei poeti, di ogni tempo e luogo?
R – Penso che la Poesia sia il luogo in cui il linguaggio smette di descrivere il mondo e lo invoca. E’ un gesto magico in cui il linguaggio si ricorda di essere sacro, non in senso religioso, ma originario. E’ un tentativo di riportare alla luce la densità dell’esperienza che il linguaggio quotidiano tende ad assottigliare. I poeti non parlano, creano risonanze. Rilke diceva che la Poesia nasce quando un’esperienza diventa così immensa da non poter più restare muta. Bachelard, invece, sosteneva che la Poesia è “un modo di abitare l’immaginazione”. Io credo entrambe le cose, e forse è per questo che la Poesia non invecchia mai: perché non parla al nostro tempo, ma alla nostra interiorità. Ogni epoca la rilegge, ogni individuo la rigenera. La Poesia, per me, è un ponte tra il visibile e il non ancora pensato: dice ciò che non può essere detto ma può essere evocato, e in questa evocazione l’anima ritrova una sua forma primitiva fatta di densità, di simboli, ombre e aperture. Di fatto, senza la dimensione dell’invisibile, nessuna psiche potrebbe sopravvivere, ed è proprio lì che l’anima, spesso, trova la propria voce.
Francesca Rita Rombolà
Lavinia Pinello

Nessun commento