Lo sforzo di superare la passività, l’immobilismo della sofferenza e dell’ingiustizia. “Le donne di Messina” di Elio Vittorini
000 Primo piano , Elio Vittorini / 30 Aprile 2026

Lo sforzo di superare la passività, l’immobilismo della sofferenza e dell’ingiustizia prende forma nel romanzo “Le donne di Messina” di Elio Vittorini (romanzo edito nel 1949 e ripubblicato con sostanziali modifiche nel 1964). Vi si narra la storia di un gruppo di persone le quali, in seguito allo sbandamento determinato dalla guerra (la Seconda Guerra Mondiale), si stabiliscono in un villaggio abbandonato, e lì decidono di dare vita ad una comunità con nuovi rapporti sociali al di fuori di qualunque conformismo e condizionamento del passato. E’ l’avventura di un gruppo di sfollati, tra cui delle energiche donne provenienti da Messina, che vogliono costruire una società senza classi e senza divisioni sociali di sorta, per cui ci si prodiga, in tutti i modi, per realizzare rapporti di “purezza” e di “realtà primigenia” a contatto con la natura, forse con una certa anticipazione di decenni almeno sulla percezione ecologica che avrà tanta importanza in futuro. Nel villaggio di ambientazione della storia si trova un capo. Piano piano si viene a scoprire un comunismo latente di vita “divisa tra bisogno e bisogno prima d’essere divisa tra uomo e uomo”; poi nascono lentamente intrecci amorosi, si svolgono fatti tragici ecc. ecc … in fondo…

I segni di una ricerca stilistica attentissima. “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio

“Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio è forse fra le sue opere più riuscite e, secondo diversi critici letterari, il suo capolavoro. Il protagonista del romanzo è lo stesso personaggio del romanzo “Primavera di bellezza”, cioè il giovane militare che, tornato ad Alba, in Piemonte, dopo l’8 settembre 1943, si è chiuso in una villetta delle Langhe in attesa degli eventi; è lo stesso Johnny anche nelle abitudini e nei gusti, specialmente per la passione dei classici della letteratura inglese. Nel romanzo ci sono anche le stesse rievocazioni del passato come la vita al liceo, i maestri di allora etc. C’è anche, ad un certo momento, la stessa decisione di darsi allo sbaraglio nelle formazioni partigiane … seguono la reazione interiore del protagonista al primo contatto improvviso col “marchio bestiale” che la vita di montagna imprime a chiunque; il superamento della reazione nella solidarietà della lotta; l’oblìo dell’esistenza passata; l’attaccamento ai nuovi compagni. Quando la sua banda “rossa” è dispersa, Johnny scende in città: questa volta con una banda “azzurra”. Poi viene l’impresa di Alba in pagine intense che trasudano passione, orgoglio, tenerezza … Ma passano poche settimane e Alba è perduta ed egli riprende, nella delusione e nella stanchezza,…

… Quasi come a voler resistere allo scorrere inesorabile del tempo e al sopraggiungere della morte. “Scirocco” di Eugenio Montale

Il paesaggio ligure, di cui fu figlio essendo nato a Genova, ha sempre ispirato e affascinato il poeta Eugenio Montale (1896 – 1981), Premio Nobel per la Letteratura nel 1975, che in esso ha spesso riconosciuto aspetti e atteggiamenti del proprio animo. In questa poesia dal titolo “Scirocco” egli descrive, in versi sciolti e intensi, il vento di scirocco. Lo scirocco che soffia rabbiosamente, qualche bianco bioccolo di nube che corre nel cielo e si disperde danno al poeta il senso dell’incertezza, della vita che passa come l’acqua tra le dita; in questa incertezza egli, però, vorrebbe cercare un punto di appoggio … essere in fondo come l’agave (splendida pianta originaria del Messico, diffusa in tutta la macchia mediterranea) che si abbarbica sulla roccia e non teme il mare e la sua imprevedibilità. Ma questa sicurezza è, per contrasto, anche immobilità, aridità: immobile e chiuso in se stesso come una pianta che non riesce a fiorire, il poeta non può cantare mentre intorno tutto è rigoglio di vita, colori e voci di primavera … ciò costituisce per lui profondo tormento. Il vento di scirocco è spesso caldo e umido, e soffia rabbioso sulla costa e sulle colline di ogni luogo…

Non più fugaci, ma ormai immerse nella quiete del mistero. Le nostre età incantate

Giorni di primavera. Giorni di una primavera che quasi erompono, con la varietà dei colori, dei profumi naturali nell’aria tersa, delle prime foglie tenere degli alberi che sono stati spogli e tristi nei mesi invernali. Quieto scorre il giorno. Lungo. I forti rumori di guerra del mondo non turbano i ritmi della terra, che respira e gioisce, che freme di vita e vibra di abbondanza. Pulviscolo dorato copre i colli e gli altopiani, il mare e il fiume, il lago e la cascata. I nidi degli uccelli si riempiono d’amore e di fecondità. A sera, rossi i tramonti illuminano il cielo scortando le prime stelle nel loro percorso abituale. Voci di bambini e tubare di colombe riportano alla memoria voci di altri bambini e tubare di altre colombe … ormai oltre il computo umano del tempo. Immortali nella mia intima eternità. Non più fugaci, ma ormai immerse nella quiete del mistero. Le nostre età incantate.   Le nostre età incantate E’ il momento, segui il sentiero il nero fango della notte consumerà questa realtà e ne distruggerà dal di dentro la forza, la monotonia del quotidiano corrode di me il frutto mai maturo ma non ne intacca la bellezza né…

Perché la Vita prevalga sulla morte, dell’anima e dello spirito

Perché la Pasqua possa essere vissuta da tutti con serenità e in modo semplice, con l’umiltà del puledro d’asina che quieto contempla i raggi del sole fra nuvole bianche ed enormi, con la bellezza dell’albero d’ulivo e dei rami della palma che ondeggiano lievi al vento di primavera, con la quiete di un dolce crepuscolo rosa proteso su un orizzonte senza confini, con il suono di un tintinnio di pioggia lieve e sonoro il quale promette fertilità e abbondanza alla terra che sarà riarsa nella calura dei mesi estivi. Perché la Vita prevalga sulla morte, dell’anima e dello spirito. Perché ci possa essere gioia piena per un annuncio, di speranza comunque, che va oltre il tempo e rinnova l’essere alle radici e dal profondo della sua essenza. Uomini forse… Uomini forse… ma talmente belli, sfolgoranti quasi nella luminosità soffusa che aureola i loro corpi; stanno presso il sepolcro vuoto seduti alle due estremità della pietra squadrata e levigata. Le loro vesti… ma sono poi vesti? Candide, non si è mai visto simile candore sulla terra, invisibile la trama del tessuto: pulviscolo stellare energia oscura agli occhi umani e ai loro supporti per millenni ancora ma la parola c’è: un dolce…

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