… L’ultimo giglio che impavido ricorda l’estate

30 Settembre 2026

L’estate è finita (almeno astronomicamente) con i suoi colori, la sua calura, i suoi suoni, le sue feste di piazza popolari e confuse. Stagione di svago e di spensieratezza (forse solo apparente) per gli umani, di pianto, di abbandono, di lotta per la sopravvivenza per gli animali domestici, randagi o abbandonati, e per quelle persone senza fissa dimora o che le circostanze e le situazioni della vita le hanno portate a mendicare per le vie affollate qualche soldo o addirittura ancora un pezzo di pane soltanto. Talvolta il tutto nell’indifferenza totale, nel disinteresse generale, nell’apatia più sfacciata. Nel silenzio e nell’incomprensione di molti.

Le pagine del calendario appeso alla parete vanno girate in avanti con una certa rapidità. I mesi e i giorni sembrano solo un nome o una data segnati sulla carta oppure non segnati affatto e quasi dimenticati. Talvolta sono intensi gli attimi, lunghi come secoli, di abbandono o di dolore, di stanchezza fisica e mentale, di decisioni da prendere subito, di un qualcosa che non può aspettare più.

Ai margini inselvatichiti di qualche strada secondaria i gigli rosa dal profumo intenso e dal lungo gambo rigido, gli ultimi gigli della stagione solare, crescono, come sempre, e sbocciano lentamente al sole ancora caldo del tardo mattino. Un tempo (fino alla metà degli anni ’70 del secolo passato) l’altare della chiesa del mio paese veniva adornato con codesti gigli per la grande festa di fine settembre dei Santi Cosma e Damiano. Oggi, nel terzo millennio, sono i fiori delle serre, in brillanti e spesso vacue composizioni, a fare da addobbo all’altare maggiore della chiesa nei giorni di questa grande festa. Il giglio rosa, umile e semplice, perfino più bello e più solenne del re Salomone in tutta la sua magnificenza, secondo le parole del Cristo nei Vangeli, non interessa quasi più nessuno … solo e obliato leva, ai raggi del sole di mezzodì, i suoi petali carnosi e oblunghi, e inonda le mie mani e il mio viso del suo meraviglioso e sottile profumo mentre lo accarezzo lievemente; proprio l’ultimo giglio in fiore … L’ultimo giglio che impavido ricorda l’estate.

Presso l’ultimo giglio che impavido ricorda l’estate

Giocano ragazzi passandosi la palla

non più di stracci

ma senza armonia nel gesto,

e greve è il moto

che traccia nell’aria

lo slancio composto

al divincolarsi dalla terra.

Istanti sottili

si dissolvono nella durata interiore

quando un cane

si avvicina, e passa.

I suoni attutiscono

le distanze, vaghe all’occhio;

la foglia tremula

è il riflesso dei minuti

sugli orologi piegati

e ormai inutili.

Ho desiderato vivere

nei giorni e negli anni

consueti di qualunque calendario

alla parete bianca e asettica,

e invece ho vissuto

tutta la tensione dell’attimo

l’immenso dolore del trascorso

l’infinito sopperire

a ciò che verrà.

E’ invisibile il vagare sconsolato

degli animali randagi

in cerca di cibo fra i rifiuti,

è inaccettabile e profondo

l’errare degli umani:

quel palmo della mano

sporco di sofferenza nel cercare

in attesa dell’obolo crudele

soltanto immaginato

miraggio continuo nella rassegnazione.

Ah poterti trovare

sulla strada polverosa

dove nessuno si ferma

accanto all’agonizzante travolto

uomo o bestia

e trasformarmi nell’operaio

preso a lavorare

sul finire della lunga giornata

quasi giunta all’inizio

della quiete serale,

presso l’ultimo giglio

che impavido ricorda l’estate.

Francesca Rita Rombolà

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