L’estate è finita (almeno astronomicamente) con i suoi colori, la sua calura, i suoi suoni, le sue feste di piazza popolari e confuse. Stagione di svago e di spensieratezza (forse solo apparente) per gli umani, di pianto, di abbandono, di lotta per la sopravvivenza per gli animali domestici, randagi o abbandonati, e per quelle persone senza fissa dimora o che le circostanze e le situazioni della vita le hanno portate a mendicare per le vie affollate qualche soldo o addirittura ancora un pezzo di pane soltanto. Talvolta il tutto nell’indifferenza totale, nel disinteresse generale, nell’apatia più sfacciata. Nel silenzio e nell’incomprensione di molti.
Le pagine del calendario appeso alla parete vanno girate in avanti con una certa rapidità. I mesi e i giorni sembrano solo un nome o una data segnati sulla carta oppure non segnati affatto e quasi dimenticati. Talvolta sono intensi gli attimi, lunghi come secoli, di abbandono o di dolore, di stanchezza fisica e mentale, di decisioni da prendere subito, di un qualcosa che non può aspettare più.
Ai margini inselvatichiti di qualche strada secondaria i gigli rosa dal profumo intenso e dal lungo gambo rigido, gli ultimi gigli della stagione solare, crescono, come sempre, e sbocciano lentamente al sole ancora caldo del tardo mattino. Un tempo (fino alla metà degli anni ’70 del secolo passato) l’altare della chiesa del mio paese veniva adornato con codesti gigli per la grande festa di fine settembre dei Santi Cosma e Damiano. Oggi, nel terzo millennio, sono i fiori delle serre, in brillanti e spesso vacue composizioni, a fare da addobbo all’altare maggiore della chiesa nei giorni di questa grande festa. Il giglio rosa, umile e semplice, perfino più bello e più solenne del re Salomone in tutta la sua magnificenza, secondo le parole del Cristo nei Vangeli, non interessa quasi più nessuno … solo e obliato leva, ai raggi del sole di mezzodì, i suoi petali carnosi e oblunghi, e inonda le mie mani e il mio viso del suo meraviglioso e sottile profumo mentre lo accarezzo lievemente; proprio l’ultimo giglio in fiore … L’ultimo giglio che impavido ricorda l’estate.
Presso l’ultimo giglio che impavido ricorda l’estate
Giocano ragazzi passandosi la palla
non più di stracci
ma senza armonia nel gesto,
e greve è il moto
che traccia nell’aria
lo slancio composto
al divincolarsi dalla terra.
Istanti sottili
si dissolvono nella durata interiore
quando un cane
si avvicina, e passa.
I suoni attutiscono
le distanze, vaghe all’occhio;
la foglia tremula
è il riflesso dei minuti
sugli orologi piegati
e ormai inutili.
Ho desiderato vivere
nei giorni e negli anni
consueti di qualunque calendario
alla parete bianca e asettica,
e invece ho vissuto
tutta la tensione dell’attimo
l’immenso dolore del trascorso
l’infinito sopperire
a ciò che verrà.
E’ invisibile il vagare sconsolato
degli animali randagi
in cerca di cibo fra i rifiuti,
è inaccettabile e profondo
l’errare degli umani:
quel palmo della mano
sporco di sofferenza nel cercare
in attesa dell’obolo crudele
soltanto immaginato
miraggio continuo nella rassegnazione.
Ah poterti trovare
sulla strada polverosa
dove nessuno si ferma
accanto all’agonizzante travolto
uomo o bestia
e trasformarmi nell’operaio
preso a lavorare
sul finire della lunga giornata
quasi giunta all’inizio
della quiete serale,
presso l’ultimo giglio
che impavido ricorda l’estate.
Francesca Rita Rombolà

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