Libro ricco di fascino con una costruzione del testo quasi come uno spettacolo, per collages, che adatta il linguaggio ai differenti personaggi; come esempio basta confrontare il capitolo XIV, Salem, con il capitolo XVII, Il trovatore cieco, per sottilmente rilevare la metafora di fondo, cioè la specularità con il bibliotecario cieco, sinonimo sicuro dello scrittore Borges, de “Il nome della rosa” di Umberto Eco. Sto parlando del romanzo “Creatura di sabbia” dello scrittore marocchino, naturalizzato francese, Tahar Ben Jelloun. “Essere donna è una menomazione naturale della quale tutti si fanno una ragione. Essere uomo è un’illusione e una violenza che giustifica e privilegia qualsiasi cosa”. Così scriverà nel suo diario Ahmed – Zahra, il ragazzo “che aveva seni da donna”, la ragazza “con la barba malrasata”, la persona fantastica e reale ad un tempo, “disgraziatamente” nata femmina e allevata dal padre come un maschio, cioè il/la protagonista disperata, autolesionista e ribelle di “Creatura di sabbia”. “Creatura di sabbia” è la storia di Ahmed raccontata da lui stesso, ormai vecchio, il solo a conoscere la verità della sua angosciosa esistenza e dei suoi sogni allucinati. Egli scrive ogni notte su un diario segreto le sue ossessioni e la sua ipersensibilità: le…
