Intervista al prof Angelo Conforti.

Biografia

mestre2012

Angelo Conforti ha insegnato Filosofia, Storia e Psicologia in Licei statali.

È semiologo, critico cinematografico, presidente dell’Associazione Europea di Psicoanalisi, presidente del circolo della Federazione Italiana Cineforum.

Ha pubblicato, a partire dal 2009, i volumi di un manuale di Filosofia per i Licei, Percorsi della filosofia, presso Garamond didattica digitale.

Ha pubblicato, presso Csa editrice, i seguenti saggi:

Scuola e televisione: il declino dell’Italia – La distruzione della scuola pubblica e del pensiero critico, 2010Facebook è inutile? Dalla reality tv ai social network, nella società e nella scuola, 2015.

D – Professor Angelo Conforti, un poliglotta con interessi vari in svariati campi della conoscenza. I suoi interessi cognitivi, infatti, spaziano dalla filosofia al cinema, alla letteratura, alla scuola fino alla psicoanalisi. Non mi sbaglio, vero? Vorrei iniziare questo nostro dialogo parlando di psicoanalisi, visto che Lei è un luminare in questo campo. Cosa ne pensa di Sigmund Freud e cosa di Carl Gustav Jung i “padri fondatori” della psicoanalisi? Lei è junghiano o freudiano?

Sono soprattutto uno studioso della psicoanalisi e, da questo punto di vista, posso esaminare le teorie e le scoperte di Freud e Jung senza necessariamente dovermi schierare con l’uno o con l’altro.

Freud ha il merito di aver portato a termine una fondamentale rivoluzione di prospettiva nella cultura occidentale, quella che si chiama una rivoluzione epistemologica. Rispetto alla tradizione filosofica moderna, incentrata sulla valorizzazione dell’io e della coscienza, Freud ha invece posto l’inconscio, cioè l’«Altro» dall’io, al centro del nostro pensare ed agire. L’uomo non pensa, non parla, non agisce ma è pensato, è parlato, è agito, poiché soltanto l’Altro, l’inconscio che è in noi, è il vero soggetto, mentre l’io è soltanto una funzione narcisistica e un’entità immaginaria.

Quanto a Jung, la sua importanza è spesso sottovalutata. Egli è erroneamente considerato un allievo di Freud, mentre ne fu il più importante collaboratore per un periodo breve ma molto intenso, per prenderne poi le distanze con l’elaborazione di una propria teoria che differiva su alcuni punti fondamentali da quella del padre fondatore.

Il suo pensiero non deve quindi essere considerato una derivazione di quello freudiano, ma considerato nella sua autonomia, che è notevole e riguarda punti di estrema rilevanza come la concezione dell’energia primaria, la struttura della personalità umana, le cause delle patologie e gli obiettivi del trattamento analitico.

Uno dei suoi più importanti contributi consiste nell’attribuire alla libido caratteristiche evolutive, che la rendono soggetta a trasformazioni, in particolare attraverso una funzione di conversione dell’energia che è la produzione di simboli. La funzione simbolica consente di trasformare le pulsioni immediate e naturali verso obiettivi più indiretti e immateriali, frutto di un’elaborazione creativa ed immaginativa, favorendo la nascita della cultura e della civiltà.

Ovunque c’è vita, c’è psiche, cioè «anima» nel senso più antico e autentico del termine, e quindi c’è produzione di simboli: l’uomo è per eccellenza un animale simbolico, che non si limita ad assimilare passivamente dati della realtà, ma interpreta e rielabora le proprie relazioni con l’ambiente.

D – Secondo Lei, è vero che le due più grandi scoperte del ventesimo secolo, che hanno rivoluzionato la società e il percepire umano, sono state la scoperta dell’inconscio e quella della relatività (con formula conoscitissima E = mc2), cioè gli abissi dell’anima e l’enigma dell’Universo?

Della “rivoluzione copernicana” rappresentata dalla scoperta dell’inconscio ho già detto.

La teoria della relatività è altrettanto fondamentale, poiché essa ha  radicalmente rivoluzionato la rappresentazione scientifica dell’universo fisico. In particolare concetti comuni come quello di spazio e tempo, considerati prima immodificabili, hanno subito una profonda destabilizzazione. Ponendo in relazione reciproca spazio, tempo, materia ed energia, la relatività ha dimostrato che il moto dei corpi deforma il continuum spazio/temporale producendovi una curvatura, che mette in parte in discussione le nostre certezze geometriche euclidee. Anche se non ce ne rendiamo conto, abitiamo uno spazio/tempo deformabile, soggetto ad onde gravitazionali e altri fenomeni analoghi.

D – Parli un pò dell’inconscio, questa “zona grigia/oscura” o “l’Ombra” dell’anima così misteriosa, piena di contraddizioni e, in fondo, ancora quasi del tutto sconosciuta ai più.

L’inconscio resta sconosciuto a tutti coloro che non sono disposti ad analizzarlo e che, quindi, rinunciano a conoscere in profondità se stessi.


Già Freud si era reso conto dell’importanza della sua creatura, la psicoanalisi, non tanto nell’ambito delle terapie da cui era scaturita, quanto nel più vasto territorio della conoscenza di sé e del potenziamento della propria personalità.

Egli attribuiva alla conoscenza delle dinamiche inconsce della propria psiche il compito di rafforzare l’Io, che può assumere un maggiore ed effettivo potere, con l’emergere del rimosso. Quest’ultimo, una volta divenuto cosciente, perde gran parte della propria energia, si inserisce nell’ambito delle strutture percettive spazio-temporali dell’esistenza quotidiana, oltre che nel contesto delle categorie logiche e morali, potendo così essere gestito dall’Io con maggiore consapevolezza ed efficacia.

Jung, invece, chiama individuazione il percorso di integrazione di tutte le componenti della psiche, compresa l’Ombra, cioè il lato “oscuro” della psiche, per realizzare quell’equilibrio interiore e quell’armonia della propria personalità che è l’aspirazione naturale di tutti gli esseri. L’individuazione è dunque la realizzazione del .

Mentre Freud riteneva che l’Io dovesse potenziarsi, per Jung l’Io deve continuare ad essere una parte della personalità, una delle componenti diverse e opposte che dovrebbero interagire e tendere alla soluzione dei conflitti reciproci, in un orizzonte più vasto, conscio e inconscio insieme, che è, appunto, il .

D – Quale interrelazione o connessione vi è, o vi può essere, a suo parere, tra la filosofia, la psicoanalisi e la poesia? Cioè, in senso metaforico, tra le concezioni o le visioni prodotte dal pensiero; tra lo studio e lo scandaglio profondo della mente e della psiche; tra l’ascolto del Linguaggio o Dire Originario, per dirla con un’espressione di Martin Heidegger, bisogno fondamentale per l’uomo fin dai tempi più remoti?

Tra filosofia, psicoanalisi e poesia vi è una relazione molto stretta, tanto che ci vorrebbe forse una “teoria della relatività” che studi a fondo le connessioni reciproche tra queste discipline. Freud stesso aveva riconosciuto che la psicoanalisi non faceva altro che sviluppare, in termini scientifici, le intuizioni di poeti e filosofi che molto prima di lui avevano scoperto l’inconscio.

I simboli dei sogni sono gli stessi che si ritrovano in letteratura, e le figure retoriche cui fanno ricorso i poeti presentano analogie notevoli con le dinamiche dell’elaborazione onirica, come ha sottolineato un altro importante psicoanalista come Jacques Lacan.

Quanto ad Heidegger, e il discorso può essere esteso a buona parte della filosofia del Novecento che trova nell’ermeneutica una delle sue più interessanti espressioni, si può affermare che l’essere si manifesta nel linguaggio, in particolare in quello artistico-poetico, in cui (col gioco delle metafore e delle metonimie, del dire e non dire, del mostrare e nascondere) l’Essere disvela il proprio continuo ed eterno Accadere nelle molteplici forme infinite che nel linguaggio si presentano. L’Essere è infinita ricchezza che diviene (accade) proprio nella creatività poetica, che non è creatività umana, poiché l’uomo può stare soltanto in ascolto del linguaggio e farsi strumento (in quanto artista e poeta) del disvelamento dell’Essere.

D – Bene. Che cos’è il cinema oggi, nel primo scorcio del ventunesimo secolo, e cosa è stato in passato? Per Lei, il cinema, è Arte nel vero senso della parola o esprime qualcos’altro?

Da una parte il cinema, in quanto spettacolo, sembra riprodurre un’esperienza profonda, archetipica e quasi inconscia. Si tratta della fase psicologica dello “specchio” di cui ha parlato Lacan. È la fase dell’infanzia in cui si forma, grazie al riconoscimento di sé nello specchio, la propria personalità cosciente. Lo schermo filmico funzionerebbe come uno specchio che, nel corso della proiezione, induce un processo di identificazione tramite il quale lo spettatore vive “in prima persona” la vicenda del film, con tutte le emozioni che essa suscita: egli riflette se stesso nelle vicende rappresentate e vi si identifica o immedesima, riconoscendo come proprie le emozioni suscitate dalla vicenda e ponendosi nell’inconscia predisposizione atta a “vivere” le emozioni e le situazioni di una vita virtuale.

Per ottenere questo effetto sembra comunque fondamentale la centralità del codice prospettico rinascimentale nella costruzione dell’immagine filmica, che in tal modo riesce a riprodurre con una certa fedeltà la percezione visiva dell’occhio umano. Il cinema è dunque, in gran parte, l’erede di codici culturali e di rappresentazione che lo inseriscono nella continuità della grande tradizione artistica occidentale. Anche perché un film stabilisce sempre una distanza temporale con la realtà che rappresenta, a differenza di altri media che si sono sviluppati negli ultimi decenni, il che consente una rielaborazione estetica piuttosto significativa.

D – Televisione e social network hanno in comune qualcosa? Molto o poco?

I fautori di Internet e dei social network sostengono che la televisione e la radio hanno creato una cultura di massa, una comunicazione a senso unico da una stazione centrale verso l’esterno, con scarso ritorno in senso inverso: la tv sarebbe refrattaria all’interazione, la negazione dell’interazione. Al contrario, con la rivoluzione telematica, sarebbe nata una nuova forma di comunicazione, interattiva e democratica. Secondo queste teorie, per la prima volta nella storia del mondo disporremmo di uno strumento che nello stesso tempo sviluppa la personalità del singolo e la sua socializzazione, sviluppa il privato ed il pubblico, l’oralità e l’archivio della memoria, il singolo e il molteplice, uno strumento per moltiplicare le intelligenze umane e far sì che queste si possano collegare.

Altri, al contrario, sottolineano l’illusorietà e l’utopismo di tale visione del futuro dell’umanità e insistono sul fatto che i nuovi media portano a definitivo compimento il passaggio dal mondo reale al mondo virtuale, perfezionando una mutazione antropologica che sta sconvolgendo tutti i valori umanistici su cui si regge la nostra civiltà, a partire dalle capacità logico-critiche e dal pensiero argomentativo, che indubbiamente si stanno indebolendo.

D – Dove va la scuola italiana, professor Conforti, in un tempo in cui predomina la perdita della memoria collettiva, i valori e gli ideali mutano o scompaiono, l’attimo fugge per sempre senza essere compreso e vissuto?

Il sistema scolastico italiano purtroppo non ha fatto quell’unica fondamentale riforma che dovrebbe consistere nella valorizzazione della professione docente e che era necessaria fin dagli anni ’80 del secolo scorso. Riconoscere giuridicamente e contrattualizzare adeguatamente la figura professionale del docente sarebbe stata un’operazione a vantaggio, non di una categoria, ma dell’intero sistema formativo pubblico nazionale. La consapevolezza dell’opinione pubblica riguardo alle dinamiche didattiche e alla funzione dell’insegnante sarebbe mutata in meglio e il prestigio dell’istituzione si sarebbe rafforzato. Purtroppo si è preferito, da una parte, ridurre costantemente le risorse e, dall’altra, intraprendere politiche demagogiche, ivi incluse le continue sperimentazioni mediatiche, che sono benvenute se non perdono di vista la capacità di utilizzarle criticamente. Le prospettive sono dunque alquanto incerte.

Cosa può salvare il pianeta terra, l’umanità, l’interiorità dell’uomo minacciati da pericoli gravi e quasi apocalittici?

Il futuro è imprevedibile, anche se sono molte le nubi scure che si addensano all’orizzonte, e i pericoli che l’umanità corre non sono di poco conto: riscaldamento globale, innalzamento dei mari, distruzione delle risorse rinnovabili, crisi del capitalismo, fanatismo religioso e altri ancora. Credo che l’umanità potrà salvare il proprio habitat naturale e sè stessa se non perderà di vista la capacità di pensare in modo critico e saprà salvaguardare quei valori umanistici che ne hanno garantito nella storia l’evoluzione civile, sociale e intellettuale.

Grazie della Sua disponibilità e delle Sue risposte, professor Conforti.

Francesca Rita Rombolà

Prof. Angelo Conforti

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