Il sacro fuoco della poesia e i muri da abbattere

20 Ottobre 2021

Muri di pietra. Muri di gomma. Muri di ghiaccio. Muri di legno e finanche di sabbia. Muri invisibili fatti di aria o di etere, di omertà o di rancore, di invidia o di malvagità, di odio o di vanagloria, di egoismo o di perbenismo, di paura o di pregiudizio. Un muro davanti alla tua strada. Sul tuo cammino già tortuoso e difficile. Un muro alto o basso. Che separa e che divide. Un muro come una barriera. Che si snoda per chilometri in lunghezza e in larghezza. Attraverso lo spazio e il tempo. Un muro che ti impedisce di vedere. Di guardare. Di sognare. Di immaginare. Di creare. Di gioire. Di scrivere. Di poetare. Di vivere. E forse perfino di morire quando lo desideri tanto…

Quanti muri lungo il nostro percorso esistenziale e nella storia dei popoli e delle nazioni. Muri di ogni genere. Di ogni tipo. Di ogni natura. Di ogni sostanza. Muri costruiti apposta e mai per caso. Muri costruiti per caso e mai apposta. Talvolta per sbaglio o per ripicca. Talvolta per disprezzo o per protezione. Muri costruiti perfino per troppo amore o per eccessiva e inconscia morbosità. Per zelo o per indifferenza. Per inedia o per iperattività.

E i giorni corrono con ritmo inaudito e fulmineo e con lentezza esasperante. Se la Poesia è abbastanza forte. Potente. Tenace. Costante. Se il suo ascolto è veritiero e sincero. Umile e spontaneo. Se il suo fuoco è rosso, tellurico, ardente e puro. Un sacro fuoco immortale che avvolge ma brucia senza bruciare. E la sua ispirazione è abbastanza profonda, dolorosa e leale. Allora i muri possono essere abbattuti. Distrutti. Annientati. Tutti i muri. Sì. Nessun muro così per quanto alto. Largo. Possente. Oltre lo spazio e il tempo. Potrà mai resisterle.

MURI MINACCIOSI

Quel muro che imprigiona l’anima

e impedisce al cuore di gioire

o di piangere, di amare

e fare dell’amore il sogno

rubato al cielo di primavera

e alle stelle fredde della realtà.

Il muro che hai costruito

il muro che ho eretto,

l’eco non è un suono

ma si sparge nell’infinito della percezione.

Ho creduto di morire

perché troppi muri

travolsero il mio cammino

verso la libertà,

in migliaia avanzarono sulla terra

per cercare e non si fermarono

davanti al sangue

e alla morte come davanti

al solido braccio

che strinse i corpi laceri e impavidi.

Dov’è la madre

che accoglie e che nutre

ogni vivente senza distinzione?

Si erigono muri

quando la paura è oscura

e non se ne conosce

la provenienza o il fine.

Quanto freddo che avvolge

le cose prime e ultime

al di là della neve

che copre i campi

e balugina nella notte,

quanto dolore nascosto

e ampi squarci di azzurro

silenzioso nel vento

che niente scompagina

o rende umile e perfetto.

Le voci non hanno parola

le menti non donano ascolto,

chi costruisce muri

più alti del cielo

non udrà mai

la segreta voce dell’Universo

immane e inaudita radice

di ogni sorgente luminosa

portatrice della vita.

Il muro dinnanzi a me

è possente roccia

che si sgretola nell’aria

e si flette per iniziare

il nuovo giorno.

Oh alba che non splendi

aurora del poeta e del viandante

chi è l’uomo sofferente nella potenza

e nell’enigma di sé?

Verso la terra della sera

il sole declina,

muri in rovina chiamano

poderose mura,

e rovine su rovine

sussurrano appena

che l’oblìo non cancella

finché il tempo del ritorno

non chiuderà il suo ciclo.

Muri minacciosi

puntellano i solchi della civiltà

là dove il canto ultimo

non giunge,

là dove il ditirambo ferito

non arriva più

e il peana della vittoria

risuona senza l’armonia del verso.

Ho cantato dietro

ogni muro della Storia

inseguendoti, consapevole soltanto

della parola vera della lontananza

che sempre avvicina

il respiro dell’altro,

ma il muro è umano respirare.

Il sacro fuoco della poesia

fuoco che arde dentro

e trasfigura

ha abbattuto anche questo muro.

Francesca Rita Rombolà

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