Il più alto cipresso

27 Ottobre 2026

Alto, solenne, bellissimo il cipresso (un altro albero tipico della macchia mediterranea e appartenente alla famiglia arborea dei sempreverdi, cioè quegli alberi che non perdono mai le foglie) lo si vede spesso, già spiccare da lontano, su pianure e su colli, vicino a strade principali e su viottoli, ma anche nei cimiteri presso tombe antiche o intorno ad emicicli che separano i sepolcri: sontuosi mausolei o semplici lapidi in marmo bianco o nero.

Per la tradizione classica è un albero associato ai morti, tradizione che poi si è trasferita nel culto cattolico, specialmente in Italia. Un qualcosa della mia infanzia sembra essere associato al cipresso e al culto dei morti: nel cimitero del mio paese (oggi conosciuto come il cimitero vecchio), al vecchio ingresso della cappella comunitaria, vi è ancora un cipresso molto alto e dal tronco molto grosso; quando, da ragazzina, andavo al cimitero con mia madre per visitare la tomba di mio padre e per ornarla di fiori freschi, ella mi raccontava sempre che quel cipresso era stato piantato, nei primi anni del Novecento, dal nonno paterno (il padre di mio padre) in un momento di dolore estremo, cioè all’indomani della morte prematura, di parto, della sua giovane prima moglie e del suo bambino morto anch’egli appena nato; forse con l’illusione o, forse meglio, con la speranza, di dare loro un ricordo imperituro e, a se stesso, il conforto di una vita beata nell’Aldilà. Molte volte, con lo sguardo incantato e pensieroso di un’età ancora acerba eppur già provata dal dolore della smisurata perdita affettiva, ho guardato questo cipresso chiedendo risposte, mai avute, sul perché della morte e, molto spesso, sul perché della morte degli innocenti, soprattutto dei bambini.

Il famoso quadro “L’Isola dei Morti” del pittore simbolista svizzero Arnold Bocklin vi concentra l’intera prospettiva nel suo punto centrale, ossia il fitto bosco di cipressi il più alto dei quali sulla destra, nell’insieme enigmatico del dipinto, pare voglia additare all’iniziato che il grande mistero della morte è forse da ricercare nella bianca figura sulla barca che quieta si avvicina all’isola.

Oh alto cipresso che mai parlasti, oh alto cipresso che custodisci ricordi dolorosi ormai perduti, ora che il mio giorno vacilla e l’età dell’innocenza è svanita da un pezzo possa tu, il più alto cipresso, donare la pace dell’anima e dello spirito al solitario e al poeta smarriti nella selva caotica e intricata del mondo.

Il più alto cipresso

Sfiorano appena

il corrimano in legno

che delimita la strada,

giovani cipressi

ignari ancora

dei temporanei freddi venti

dall’Atlantico

e delle durature brezze calde

mitigate talvolta dalla catena dell’Atlante.

Il più alto cipresso

lì, nel cimitero vecchio

non conta più

il numero di cerchi

del suo tronco:

anni per gli uomini

prigionieri di un tempo

immerso nella differenza,

le mani tremanti per la pena

singhiozzi trattenuti

nell’istante

tutto il dolore pacato

di un uomo

in lacrime

per la morte della giovane sposa

e del suo bambino

appena nato,

chi lo ricorda più?

Molte volte l’ho guardato

tante l’ho interrogato

come se lo facessi

con i morti

che mai odono il richiamo

o i lamenti

delle nostre voci mute,

ma ora so

che sull’Isola dei Morti

il cipresso più alto

addita alla bianca figura

ritta sulla barca

che si appressa a varcare la soglia.

Non so perché cammino

quando l’alba

sta per sorgere

da un Oriente perduto,

nel mio camminare

vi è la quiete del solitario

e l’inconscia fretta

del poeta smarritosi,

i frutti della terra

non sono più raccolti

dalla mano

che li trattiene nel palmo,

altri camminano

e non avvertono

la semplicità solenne

del momento irripetibile

figure in ombra

prive della luminosità

portata dal sole

sulla roccia nuda

dei sepolcri antichi.

Francesca Rita Rombolà

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