Alto, solenne, bellissimo il cipresso (un altro albero tipico della macchia mediterranea e appartenente alla famiglia arborea dei sempreverdi, cioè quegli alberi che non perdono mai le foglie) lo si vede spesso, già spiccare da lontano, su pianure e su colli, vicino a strade principali e su viottoli, ma anche nei cimiteri presso tombe antiche o intorno ad emicicli che separano i sepolcri: sontuosi mausolei o semplici lapidi in marmo bianco o nero.
Per la tradizione classica è un albero associato ai morti, tradizione che poi si è trasferita nel culto cattolico, specialmente in Italia. Un qualcosa della mia infanzia sembra essere associato al cipresso e al culto dei morti: nel cimitero del mio paese (oggi conosciuto come il cimitero vecchio), al vecchio ingresso della cappella comunitaria, vi è ancora un cipresso molto alto e dal tronco molto grosso; quando, da ragazzina, andavo al cimitero con mia madre per visitare la tomba di mio padre e per ornarla di fiori freschi, ella mi raccontava sempre che quel cipresso era stato piantato, nei primi anni del Novecento, dal nonno paterno (il padre di mio padre) in un momento di dolore estremo, cioè all’indomani della morte prematura, di parto, della sua giovane prima moglie e del suo bambino morto anch’egli appena nato; forse con l’illusione o, forse meglio, con la speranza, di dare loro un ricordo imperituro e, a se stesso, il conforto di una vita beata nell’Aldilà. Molte volte, con lo sguardo incantato e pensieroso di un’età ancora acerba eppur già provata dal dolore della smisurata perdita affettiva, ho guardato questo cipresso chiedendo risposte, mai avute, sul perché della morte e, molto spesso, sul perché della morte degli innocenti, soprattutto dei bambini.
Il famoso quadro “L’Isola dei Morti” del pittore simbolista svizzero Arnold Bocklin vi concentra l’intera prospettiva nel suo punto centrale, ossia il fitto bosco di cipressi il più alto dei quali sulla destra, nell’insieme enigmatico del dipinto, pare voglia additare all’iniziato che il grande mistero della morte è forse da ricercare nella bianca figura sulla barca che quieta si avvicina all’isola.
Oh alto cipresso che mai parlasti, oh alto cipresso che custodisci ricordi dolorosi ormai perduti, ora che il mio giorno vacilla e l’età dell’innocenza è svanita da un pezzo possa tu, il più alto cipresso, donare la pace dell’anima e dello spirito al solitario e al poeta smarriti nella selva caotica e intricata del mondo.
Il più alto cipresso
Sfiorano appena
il corrimano in legno
che delimita la strada,
giovani cipressi
ignari ancora
dei temporanei freddi venti
dall’Atlantico
e delle durature brezze calde
mitigate talvolta dalla catena dell’Atlante.
Il più alto cipresso
lì, nel cimitero vecchio
non conta più
il numero di cerchi
del suo tronco:
anni per gli uomini
prigionieri di un tempo
immerso nella differenza,
le mani tremanti per la pena
singhiozzi trattenuti
nell’istante
tutto il dolore pacato
di un uomo
in lacrime
per la morte della giovane sposa
e del suo bambino
appena nato,
chi lo ricorda più?
Molte volte l’ho guardato
tante l’ho interrogato
come se lo facessi
con i morti
che mai odono il richiamo
o i lamenti
delle nostre voci mute,
ma ora so
che sull’Isola dei Morti
il cipresso più alto
addita alla bianca figura
ritta sulla barca
che si appressa a varcare la soglia.
Non so perché cammino
quando l’alba
sta per sorgere
da un Oriente perduto,
nel mio camminare
vi è la quiete del solitario
e l’inconscia fretta
del poeta smarritosi,
i frutti della terra
non sono più raccolti
dalla mano
che li trattiene nel palmo,
altri camminano
e non avvertono
la semplicità solenne
del momento irripetibile
figure in ombra
prive della luminosità
portata dal sole
sulla roccia nuda
dei sepolcri antichi.
Francesca Rita Rombolà

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