Chi non ha mai visto gli splendidi pini marittimi, presenti quasi ovunque da Roma in giù, o almeno notati? Forse pochi. Sui viali principali, sullo sfondo di un paesaggio quasi endemico (si pensi, ad esempio, alla famosa veduta del golfo di Napoli con sullo sfondo il Vesuvio e di fronte un maestoso pino marittimo, immagine quasi iconica di cartoline, poster, stampe e arazzi che circolava un po’ ovunque fino a qualche decennio fa, perlomeno), all’ingresso di una antica dimora di campagna o di una villa moderna, o meglio, post – moderna con tanto di circuito di telecamere sia all’interno che all’esterno, in parchi e giardini pubblici di ogni tipo, lungo strade maestre e talvolta desolate, in agglomerati i cui alberi fitti sembrano dei giganteschi ombrelloni verde – scuro stagliati contro il cielo azzurro e le nuvole bianche del tanto amato, da turisti e non, cielo azzurro del Sud, quasi come piccoli boschi che invitano a sostarvi o quantomeno a fermarsi, anche per pochi attimi appena, ad ammirarli soltanto.
Gli antichi romani amavano molto quest’albero prettamente mediterraneo, tanto da piantarlo dapertutto, praticamente in ogni angolo di terra, o di terreno, perfino piccolo, ma che consentisse al pino di potersi sviluppare in altezza. Anche i greci antichi lo amavano (forse pure di più dei romani); i suoi frutti, le pigne, erano sacri a Cerere e a Persefone, e venivano donati agli iniziati ai Misteri Orfici e ai Misteri Eleusini quale simbolo, oscuro e potente, sul quale meditare durante il percorso dell’anima attraverso i luoghi oscuri dell’Altrove.
Il pino marittimo (al pari dell’ulivo, del cipresso, dell’abete etc.) è un sempreverde, cioè non perde mai le sue foglie, neanche nel più tormentoso degli autunni e nel più rigido degli inverni. Forse per questo, nelle antichissime culture mediterranee, era associato all’immortalità ed ispirava un senso di potenza e di resistenza agli elementi della natura che lasciava ammirati e talvolta presi da stupore panico.
Vederli da lontano (una specie di macchia o di punto compatto) induce alla riflessione e “al meditar sulle cose della vita e della morte” diceva il grande poeta tedesco Goethe; trovarsi accanto ad essi o sotto di essi ci si sente impotenti di fronte alla Natura e al Mistero e si è indotti al silenzio interiore e “al percepir emozioni e a far sogni durevoli” diceva l’altrettanto grande poeta Leopardi.
Di certo i pini marittimi fanno pensare all’immutabile e, tuttavia, al caduco e veloce trascorrere delle stagioni dell’anno e della vita, e a ciò che di profondo, di bello, di costruttivo e di ideale pur sempre rimane.
I pini marittimi
E’ un’esplosione di luce
laggiù, nel cielo basso
il sole di un’alba estiva
sorge quasi come
nelle savane africane,
e fieri si stagliano
ai suoi primi raggi
i pini marittimi
sui poggi dai riflessi azzurrini.
Ah viali di Roma
senza tempo,
alberi dal tronco maestoso
alta la forma ellittica
che abbraccia la città
e spazia nel suo cielo
testimone sempre vivente
dei suoi fasti lontani.
Una fiamma perennemente nascosta
incendia l’occhio
e senza consumarlo
lo vivifica della visione endemica
che conserva il riprodursi della specie.
Il verde scuro rimanda
alla terra sconosciuta
che il pianeta custodisce
nelle sue remote ere,
come un sussulto tellurico
profondo segno
della roccia e del fuoco.
Ecco il pino marittimo immortale
davanti all’ingresso
di ville antiche e nuove,
il pino marittimo
ai lati del cancello
di poderi dimenticati
che riposano soltanto
nella silente lontananza dell’oblio.
Si fa sera
di un giorno che mai
è uguale a se stesso
nello scorrere delle ore abbacinanti,
si fa sera
nei luoghi delle prime civiltà umane,
si fa sera
forza prorompente
dei colori forti
dolce eppur tormentoso sgorgare
del mio canto,
soglia dei Misteri perduti
che la pigna odorosa
di fluida resina
riporta alla percezione
e alla penna
per contrastare l’indifferenza
e il caos del mondo.
… Ma adesso
perfino il vento tace
e dopo il finire
delle feste estive
un sogno atemporale
avvolge di riflessi autunnali
i pini marittimi.
Francesca Rita Rombolà

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