Gli ultimi giorni di agosto. Quasi sempre temuti. Quasi sempre aspettati.

25 Agosto 2025

Gli ultimi giorni di agosto. Quasi sempre temuti, quasi sempre aspettati. Temuti perché forse finisce un momento prolungato di svago e di vacanza fatto di balli notturni, di sagre paesane, di tanto mare e di tanto sole, spesso di calura, di pranzi e di cene luculliane in compagnia di amici e in posti che ricordano una spensieratezza spesso fanciullesca, ma anche di lunghe camminate in solitaria e di uno strano silenzio interiore in netto contrasto con gli schiamazzi quotidiani e notturni di un mese che si vuole dedicato al riposo totale e un poco anarchico  in ogni cosa … almeno nei paesi mediterranei. Aspettati perché ritorna una quotidianità perduta che in un certo senso rende sicuri, e tiene al sicuro dal caos e dalla rottura degli schemi. Bello notare come in questi ultimi giorni di agosto le albe si siano allungate e i tramonti accorciati, mentre i crepuscoli mattutini e serali riservano al sole dei raggi sottili e improvvisi come una lama dal bagliore istantaneo su una superficie eterea che rimanda alla riflessione o all’apatia.

Non è tempo di pensare all’autunno. Non è tempo di pensare all’inverno. Non è tempo di pensare a ciò che entrambi riservano nell’immediato o all’arguta metafora della vita. A volte come una tenue mancanza inavvertitamente passa con quella nuvola bianca laggiù, che si allontana sospinta dal vento. Una perdita forse, in qualche maniera sì, che non si riesce a capire e perciò a colmare in nessun modo. Talvolta le voci si attenuano. In certe ore del giorno poi, cessano. Il vuoto si fa palpabile. L’assenza morde e brucia dentro simile ad una ferita remota senza ormai alcun segno esteriore della propria presenza, ma che pur un dì vi fu, e perfino grave.

Giorni piacevoli e insieme tristi forse eppure senza tristezza alcuna, mesti eppure senza mestizia alcuna. Di quieto trascorrere, eppure specchio sconosciuto di tumulto vago. Il giorno è luminoso, ma i colori della natura mutano impercettibilmente: lenti come il processo di formazione di una stella nell’Universo, infinitesimali come le particelle invisibili dell’atomo nella fisica quantistica. I fiori maestosi e abbondanti, spontanei e insignificanti per l’uomo hanno compiuto il loro ciclo. Sono stati. Non sono più. Le foglie degli alberi hanno un verde più opaco e consumato. Sono. E saranno ancora a lungo. Ma indebolita e stanca è la loro linfa, più trattenuto e meno ritmico il loro respirare.

Giorni che sembrano lunghissimi, eppure sono più brevi del suggere dell’ape alla corolla o al frutto sul ramo… e tuttavia vanno in avanti, aggiungono la loro essenza al tempo. E preparano ad un tempo che in fondo sempre si rinnova, pur rimanendo immutato al proprio andare.

UNA LAMA

Una lama,

ha del fulmine

l’improvviso balenare

da Oriente a Occidente,

come un raggio di luce

invisibile

colpisce di piatto

l’essenza delle cose,

e il cuore

che si apre alla ferita

del tempo imminente.

La prima foglia, ecco

è caduta

il quieto lago

increspa le sue onde

prima del temporale,

da questa ferita

ascolta ogni essere vivente

il suono delle galassie

in espansione.

Oh giorni luminosi di agosto

ebbrezza di musica e di balli

mentre incombe

ancor lontano

l’imperscrutabile di ogni giorno

che reca il suo affanno.

Non sappiamo

parlare più

ora che il vento tace

imminente

verso l’ultimo scorcio d’estate.

Francesca Rita Rombolà

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