Un alone di suggestione e di leggenda dal sapore antico. Il romanzo “L’edera” di Grazia Deledda

1 Settembre 2025

Grazia Deledda scrittrice sarda (1871 – 1936), Premio Nobel per la letteratura nel 1926, ha saputo, per mezzo delle sue opere, penetrare e far rivivere il mondo spirituale e la realtà sociale e umana della sua gente e della sua terra, di una Sardegna cioè ancora rurale e patriarcale, aspra e selvaggia, a volte violenta eppure con una voglia di riscatto e di cambiamento enormi. Diverse le sue opere nei contenuti, nella forma stilistica, nella trama, nella rappresentazione degli avvenimenti più cruciali nella vita di una persona.

“L’edera” è forse il romanzo di Grazia Deledda che descrive con maggior enfasi una realtà patriarcale e atavica tipiche dell’isola. Vi si narrano le drammatiche vicende che hanno per sfondo una grande casa antica in cui vivono i discendenti di una famiglia decaduta, i Decherchi, fra i quali rimangono ancora figure di uomini d’altri tempi, “di patriarca e di soldato di ventura”. In questa casa abitano anche un vecchio parente ammalato di asma, zio Zua, di cui si aspetta la morte per riceverne l’eredità, e Annesa, figlia adottiva dei Decherchi, che l’avevano trovata abbandonata, e ora è incaricata di assistere il vecchio malato. Annesa, una bellissima ragazza, è innamorata di Paulu l’ultimo discendente dei Decherchi, a tal punto che per lui sarebbe disposta a tutto … anche ad uccidere. Dirà. ” … Io sono come l’edera; come l’edera che si attacca al muro e non se ne distacca più finché non si secca”. E un giorno arriva, appunto, ad uccidere il vecchio zio Zua, quando forse non ce ne sarebbe ormai più bisogno, perché tutti i suoi averi passino subito a Paulu. Per lei allora non c’è che la fuga, il tormento, i sensi di colpa e, alla fine, una pace triste e pensierosa quando, molti anni dopo, sposerà Paulu divenuto l’ombra di se stesso, e dirà ancora a lui: ” … L’edera si riallaccerà all’albero e lo coprirà pietosamente con le sue foglie. Pietosamente, perché il vecchio tronco ormai è morto”.

Ne “L’edera” di Grazia Deledda la rappresentazione delle passioni è davvero molto forte, infatti le più drammatiche e intense fluttuazioni dell’anima si riflettono molte volte in modo riuscito e completo negli aspetti solenni di una natura meravigliosa e terribile insieme quanto ancora incontaminata e primordiale. Un mondo patriarcale, non sempre negativo e obsoleto, permea ogni cosa, plasma le coscienze e il modo di vivere e agire, mentre in realtà (potrà anche apparire come un controsenso) a dominare, sottilmente e in profondità, è un mondo e un modo tutto femminile di sciogliere e porgere le cose e di vivere la vita nelle sue asprezze sia naturali che umane; pertanto intorno alla condotta cupa e oscura degli uomini e della realtà che costruiscono e vivono si creano aloni e contorni pieni di suggestione e di leggenda dal sapore antico.

Francesca Rita Rombolà

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