Aleksandr Sergeevic Puskin (1799 – 1837) è il primo grande poeta russo. Egli seppe dare una voce autentica e originale alla letteratura della Russia, trovando nei modelli del romanticismo europeo, in particolare nel poeta inglese George Byron, il riflesso dell’inquietudine spirituale che travagliava lui e i suoi contemporanei. La sua vita fu breve ma intensa, quasi interamente dedicata alla creazione poetica; subì due brevi periodi di esilio e morì in duello.
Insieme al tormento romantico, nei suoi versi è presente un certo spirito ironico e quasi scettico. Nella prima parte della poesia “Inverno. Che fare in campagna?” vi si nota uno stato d’animo annoiato … sorta di noia non ancora esistenzialista seppur infeconda e pigra dal punto di vista caratteriale e, allo stesso tempo, dell’ispirazione artistica. Il poeta descrive, minuziosamente e realisticamente, la propria vita oziosa nel lungo e rigido inverno di campagna dell’ immenso paese: senza malinconia alcuna o angoscia, o anche turbamento, piuttosto con un sorriso alquanto ironico per quel mondo opaco, lento, rigido e bianco di neve. Nella seconda parte della poesia è l’arrivo delle fanciulle che movimenta e anima la scena … a fatica il poeta riesce a scrivere qualche verso senza ispirazione e la rima dei versi è chiamata scherzosamente ancella stramba perché si rifiuta di “obbedirgli”, ma le bionde fanciulle appena arrivate ravvivano “lo smorto paese!” e “la vita si riempie!”. Sguardi iniziali, per “rompere il ghiaccio”, seguite da conversazioni, da canti, da balli infine e l’uscita sul balcone delle fanciulle scoperte e al vento gelido di sera. “Ma le bufere del Nord non sono nocive alla rosa russa./Come cocente arde nel gelo il bacio!/Come è fresca la fanciulla russa nel polverio delle nevi!”, i versi conclusivi della poesia … un inno alla gioventù e alla vita nel gelo profondo della terra russa.
Inverno. Che fare in campagna?
Inverno. Che fare in campagna? Accolgo
il servo che mi porta al mattino la tazza di tè
con le domande: è caldo? Si è calmata la tempesta?
C’è o no la neve fina? E si può il letto
lasciare per la sella, o è meglio fino al pranzo
tirare avanti con i vecchi giornali del vicino?
Neve fina. Ci leviamo, e subito a cavallo,
e al trotto per la campagna alla prima luce del giorno;
scudiscio in mano, i cani dietro;
esaminiamo la pallida neve con occhi diligenti;
andiamo intorno, trottiamo e ad ora ormai tarda,
fallite due lepri si ritorna a casa.
Che allegria! Ecco la sera: ulula la bufera;
la candela arde tenebrosamente; il cuore si stringe sgomento;
lentamente, goccia a goccia, inghiotto il veleno della noia.
Cerco di leggere; gli occhi scorrono sulle lettere,
ma i pensieri sono lontani … Chiudo il libro;
prendo la penna, siedo; a forza strappo
alla sonnecchiante musa parole slegate.
Suono non si accorda con suono … Perdo tutti i diritti
sulla rima, sulla mia stramba ancella:
il verso si trascina sciattamente, freddo e nebuloso.
Stanco, cesso la zuffa con la lira,
vado in salotto; lì odo una conversazione
sulle prossime elezioni, sullo zuccherificio;
la padrona di casa è aggrondata a somiglianza del tempo
mentre muove svelta i ferri di acciaio
o fa le carte per il re di cuori.
Tristezza! Così nell’isolamento va un giorno dietro l’altro!
Ma se sul far della sera nel malinconico borgo,
mentre io siedo alla dama in un angolo,
giunga di lontano in cocchio o in vettura a pattini
una famiglia inattesa: la vecchia, due fanciulle
(due bionde, due vezzose sorelline), –
come si ravviva lo smorto paese!
Come, o mio Dio, la vita si riempie!
Dapprima sguardi obliquamente attenti,
poi qualche parola, poi anche conversazioni,
e via, l’amichevole riso, i canti a sera,
o valzer vivaci, il sussurrare a tavola,
gli sguardi languidi, i discorsi folleggianti,
gli incontri prolungati sulla stretta scala;
e la fanciulla nelle tenebre esce sul balcone:
collo, petto scoperti e la tormenta le soffia in volto!
Ma le bufere del Nord non sono nocive alla rosa russa.
Come cocente arde nel gelo il bacio!
Come è fresca la fanciulla russa nel polverio delle nevi!
Francesca Rita Rombolà

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