Ricordi e ricordi affiorano alla mente, di un passato talvolta lontano, talaltra più recente, mentre guardi un paesaggio identico negli anni pur tuttavia molto mutato ad opera dell’uomo. Vi è tanta incuria oggi, incuria e abbandono di luoghi antichi e solenni che hanno solcato i secoli fino a noi, vi è indifferenza, scrollata di spalle e una certa rassegnazione anche nel menzionare quella fonte la cui acqua è andata a finire chissà dove per mancanza di una giusta manutenzione del percorso dall’origine o, peggio, la vena non esiste più; una strana risatina spesso di scherno o di mancata sensibilità per quell’arnese agricolo buttato al sole a pancia all’aria usato fino a pochi decenni fa per arare la terra, per falciare il fieno, per sbucciare le pannocchie del mais, o per quel carro dalle grandi ruote che fu trainato da buoi mansueti, vere bestie da lavoro, carico di olive o di uve trasportate al frantoio, i primi, al palmento, le seconde, tra risate e frizzi di ragazzi e adulti che rallegravano le viuzze di paesini oggi assolati e dolorosamente in lento declino.
Capita di fermarsi, nella consueta passeggiata mattutina, per riposare qualche attimo e di vedere un bellissimo gatto nero su un’antica pietra, che sfida i secoli e sulla cui superficie l’acqua di una fonte ha lasciato la sua impronta, il quale si liscia il viso con una zampa o l’altra, forse sazio di una buona colazione naturale a base di topi di campagna o volatili di ogni specie caduti dai nidi sui rami alti degli alberi, sicuro discendente di quei gatti neri orientali tenuti dai monaci basiliani nei loro monasteri appunto per catturare i topi e altri piccoli roditori. Nel silenzio di un’aurora che si avvicina, mi pare di udire ancora voci di bambini e il vitellino nella stalla, ormai cadente, invocante la prima montata di latte (li ho uditi da bambina e da ragazzina in questi luoghi, li ricordo)… ma è solo la potenza dell’immaginazione unita ad un rammemorare tenace.
Capita di avere anche sete… e non c’è più l’acqua, che ci fu per secoli e secoli, a dissetare il viandante e il pellegrino. Non ce n’è più… nemmeno una goccia! E allora il pensiero e, ancora il ricordo, dell’abbondanza di acque dal sottosuolo e da sorgenti poco distanti, mi riporta indietro alla fertilità di una terra terribile ma fruttuosa per il duro lavoro dell’uomo, ad uno scorrere cristallino pieno di purezza primigenia e profumato di umile e onesta semplicità. E vado via, triste… dopo aver guardato ancora, voltandomi indietro, la splendida fonte spenta e assolata.
Spenta una fonte assolata
Spenta una fonte assolata
medita all’aurora di agosto
avvolta da un groviglio di spine,
dura roccia
calcare di ere obliate
della terra informe e vuota
scaturigine dal fuoco
di vulcani ancora attivi
solenni ed enigmatici
dagli abissi del mare.
Popoli si dissetarono
genti hanno bevuto,
il sangue di eremiti si è mescolato all’acqua
crebbe nel tempo
il culto e la prosperità,
e fu il primo
faro acceso nel buio dei tempi storici
e della desolazione
della fame e dell’assenza
del Verbo.
Parla cristallino e vivace
lo scorrere dell’acqua
di fontanelle antiche
all’angolo di viali e di stradine
nei solari quartieri delle città italiane
carezza sulle mani,
e fra le labbra
le gocce infinite
nella canicola dell’ora più alta
quando perfino i gabbiani
riposano nei loro nidi sfatti
e i ramarri di smeraldo
arretrano dietro i sassi
in cerca di ombra.
Adesso tace la voce dei bambini
il richiamo del vitello nella stalla
ai raggi del sole a perpendicolo stanno inerti
le grandi ruote del carro
che buoi mansueti trainarono
colmo di uve e di olive
di allegria campestre e di fatica inumana,
un gatto nero
guardingo e furtivo
passa in mezzo agli sterpi
e si ferma poi sicuro
sulla pietra levigata
da sciacqui e spruzzi senza numero
per lisciarsi il viso
con le zampe inumidite di saliva.
Non vi è più penuria di cibo
non indigenza o povertà
ma una sottile miseria dell’anima
si abbarbica allo spirito
lo corrode lentamente
e senza strepito dall’interno,
penosa è l’incuria umana
nella percezione della bellezza
del cielo, della natura tutta,
della parola che affina e migliora.
Ho sete,
mentre l’acqua è fuggita
sperdendosi in labirinti
senza immaginario.
Hai sete,
seduta a riposare
mentre l’aria
si satura già
del sentore dell’incendio.
Abbiamo sete,
mentre le vie sono in fermento
di suoni metallici
e del quotidiano dolore
stridente sull’asfalto.
Francesca Rita Rombolà

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