…La splendida fonte spenta e assolata

4 Agosto 2026

Ricordi e ricordi affiorano alla mente, di un passato talvolta lontano, talaltra più recente, mentre guardi un paesaggio identico negli anni pur tuttavia molto mutato ad opera dell’uomo. Vi è tanta incuria oggi, incuria e abbandono di luoghi antichi e solenni che hanno solcato i secoli fino a noi, vi è indifferenza, scrollata di spalle e una certa rassegnazione anche nel menzionare quella fonte la cui acqua è andata a finire chissà dove per mancanza di una giusta manutenzione del percorso dall’origine o, peggio, la vena non esiste più; una strana risatina spesso di scherno o di mancata sensibilità per quell’arnese agricolo buttato al sole a pancia all’aria usato fino a pochi decenni fa per arare la terra, per falciare il fieno, per sbucciare le pannocchie del mais, o per quel carro dalle grandi ruote che fu trainato da buoi mansueti, vere bestie da lavoro, carico di olive o di uve trasportate al frantoio, i primi, al palmento, le seconde, tra risate e frizzi di ragazzi e adulti che rallegravano le viuzze di paesini oggi assolati e dolorosamente in lento declino.

Capita di fermarsi, nella consueta passeggiata mattutina, per riposare qualche attimo e di vedere un bellissimo gatto nero su un’antica pietra, che sfida i secoli e sulla cui superficie l’acqua di una fonte ha lasciato la sua impronta, il quale si liscia il viso con una zampa o l’altra, forse sazio di una buona colazione naturale a base di topi di campagna o volatili di ogni specie caduti dai nidi sui rami alti degli alberi, sicuro discendente di quei gatti neri orientali tenuti dai monaci basiliani nei loro monasteri appunto per catturare i topi e altri piccoli roditori. Nel silenzio di un’aurora che si avvicina, mi pare di udire ancora voci di bambini e il vitellino nella stalla, ormai cadente, invocante la prima montata di latte (li ho uditi da bambina e da ragazzina in questi luoghi, li ricordo)… ma è solo la potenza dell’immaginazione unita ad un rammemorare tenace.

Capita di avere anche sete… e non c’è più l’acqua, che ci fu per secoli e secoli, a dissetare il viandante e il pellegrino. Non ce n’è più… nemmeno una goccia! E allora il pensiero e, ancora il ricordo, dell’abbondanza di acque dal sottosuolo e da sorgenti poco distanti, mi riporta indietro alla fertilità di una terra terribile ma fruttuosa per il duro lavoro dell’uomo, ad uno scorrere cristallino pieno di purezza primigenia e profumato di umile e onesta semplicità. E vado via, triste… dopo aver guardato ancora, voltandomi indietro, la splendida fonte spenta e assolata.

Spenta una fonte assolata

Spenta una fonte assolata

medita all’aurora di agosto

avvolta da un groviglio di spine,

dura roccia

calcare di ere obliate

della terra informe e vuota

scaturigine dal fuoco

di vulcani ancora attivi

solenni ed enigmatici

dagli abissi del mare.

Popoli si dissetarono

genti hanno bevuto,

il sangue di eremiti si è mescolato all’acqua

crebbe nel tempo

il culto e la prosperità,

e fu il primo

faro acceso nel buio dei tempi storici

e della desolazione

della fame e dell’assenza

del Verbo.

Parla cristallino e vivace

lo scorrere dell’acqua

di fontanelle antiche

all’angolo di viali e di stradine

nei solari quartieri delle città italiane

carezza sulle mani,

e fra le labbra

le gocce infinite

nella canicola dell’ora più alta

quando perfino i gabbiani

riposano nei loro nidi sfatti

e i ramarri di smeraldo

arretrano dietro i sassi

in cerca di ombra.

Adesso tace la voce dei bambini

il richiamo del vitello nella stalla

ai raggi del sole a perpendicolo stanno inerti

le grandi ruote del carro

che buoi mansueti trainarono

colmo di uve e di olive

di allegria campestre e di fatica inumana,

un gatto nero

guardingo e furtivo

passa in mezzo agli sterpi

e si ferma poi sicuro

sulla pietra levigata

da sciacqui e spruzzi senza numero

per lisciarsi il viso

con le zampe inumidite di saliva.

Non vi è più penuria di cibo

non indigenza o povertà

ma una sottile miseria dell’anima

si abbarbica allo spirito

lo corrode lentamente

e senza strepito dall’interno,

penosa è l’incuria umana

nella percezione della bellezza

del cielo, della natura tutta,

della parola che affina e migliora.

Ho sete,

mentre l’acqua è fuggita

sperdendosi in labirinti

senza immaginario.

Hai sete,

seduta a riposare

mentre l’aria

si satura già

del sentore dell’incendio.

Abbiamo sete,

mentre le vie sono in fermento

di suoni metallici

e del quotidiano dolore

stridente sull’asfalto.

Francesca Rita Rombolà

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