“Nei miei saggi, così come nelle mie poesie e in tutti i miei scritti, provo ad emancipare la scrittura dall’emancipazione stessa, e lo faccio attraverso una forma che coincide indubbiamente con la qualità della visione”. Dialogando intensamente con Domenico Barillaro, filosofo e poeta

5 Ottobre 2026

Domenico Barillaro nasce in Calabria nel 2002. Ha conseguito la laurea in Filosofia alla Alma Mater Studiorum – Università di Bologna nell’ottobre 2025. E’ ora studente magistrale in Scienze Filosofiche presso la stessa università. La sua attività di studio e ricerca si sviluppa nell’ambito dell’estetica filosofica, della filosofia del linguaggio e della riflessione teorica sui sistemi di intelligenza artificiale. Domenico Barillaro svolge attività di ricerca, collaborazione scientifica ed editoriale. I suoi interessi di pensiero spaziano fra Theodor W. Adorno e Gianni Vattimo. E’ autore di sette pubblicazioni fra le quali: “Tutti tranne Calliope” (In Prosa Edizioni, 2023), “Dissonanze. Una fenomenologia dell’uomo” (Bertone Editore, 2025), “Le ceneri di una cosa” (Arca Edizioni, 2026).

Francesca Rita Rombolà dialoga intensamente con Domenico Barillaro, filosofo e poeta.

D – Domenico Barillaro, così giovane e ha già pubblicato diversi libri; vuoi parlare, in sintesi, dei tuoi libri Domenico?

R – Ho iniziato a pubblicare ormai tanti anni fa, tanto che a gennaio dovrebbe uscire il mio settimo libro; eppure posso dire che tutti sono contrassegnati da uno specimen condiviso: la ricerca dell’estetico. Ciò che mi interessa è il vitale, il dionisiaco, il brivido dell’arte, quella frattura rivoluzionaria che nella post – modernità – come sostengo nella maggior parte dei miei libri – può manifestarsi come evento, come claro del bosque, unicamente all’interno dell’esperienza estetica. I miei libri cercano di indagare la verità di una ben precisa contingenza storica muovendosi secondo una prospettiva “debole” che non è mai, tuttavia, a – critica: mi definirei, anzi, un pensatore di stampo squisitamente dialettico – critico. E poiché chi scrive legge due volte, il mio intento è quello di calarmi esattamente in questa dimensione ludica, l’unica possibile; ergo la posizione di chi accetta di venire parlato dal proprio linguaggio. A me interessa la differenza, il microscopico benjaminiano, la non – azione, l’impossibilità tutta dialettica di compiere finanche l’azione più semplice. La sottrazione e il fallimento costituiscono il vero rigoglio del pensiero libero, giacché la libertà risiede proprio nell’abbandono dell’abbandono. Nei miei saggi, così come nelle mie poesie e in tutti i miei scritti, provo ad emancipare la scrittura dall’emancipazione stessa, e lo faccio attraverso una forma che coincide indubbiamente con la qualità della visione. Molto prima di farsi scrittura engagée, la parola (l’arte?) deve infatti sapersi fondare su se stessa; in questo senso l’uomo non è che l’autista del linguaggio, tanto che oggi non vi è opera che abbia davvero autore. L’autonomia è forma: nei miei libri sono le cose stesse a parlare nell’istante del loro scacco irrisolto.

D – Perché hai un certo interesse per pensatori quali Vattimo e Adorno? Che cosa ravvisi di particolare nella loro filosofia?

R – La mia tesi triennale ha indagato il pensiero di Adorno, in dialogo con Tenco, mentre la ricerca magistrale a cui sto lavorando è dedicata a Gianni Vattimo. Definirli maestri sarebbe tuttavia riduttivo: si tratta di due pensatori che, nel mio ultimo testo “Le ceneri di una cosa” uscito qualche mese fa, ho cercato di inscrivere all’interno di quel medesimo filone che definisco della “speranza” o dell’utopia “negativa”. La loro filosofia detiene il potere salvifico di emancipare l’individuo dalla gabbia d’acciaio in cui è recluso all’interno del mondo amministrato. Pur essendo autori profondamente differenti, che gran parte dei ricercatori preferisce mantenere distanti, a me piace pensarli l’uno accanto all’altro: alleati nello scrivere pagine e pagine di libertà, a difesa dell’individuo estraniato dall’imposizione teleologica della plutocrazia contemporanea. Da Adorno ho mutuato l’idea di una musica negativa che, dialetticamente, sfrange e contrae il concetto, facendosi totalità assoluta per poi inesorabilmente conflagrare. Il fallimento situato nei cascami dell’arte adorniana me lo tango stretto, quasi fosse un manoscritto racchiuso in una bottiglia, affidato al mare dall’ultimo umano superstite in una società ridotta a larve e insetti kafkiani. Vattimo, d’altro canto, è un pensatore intimamente sim – patico. La sua idea giocosa e squisitamente estetica di post – modernità debole ha sempre esercitato su di me una profonda fascinazione al punto che il paradiso, io e Vattimo, lo immaginiamo proprio come un gioco.

D – Diventerai docente universitario, in materie filosofiche, a tutti gli effetti?

R – E’ di certo un obiettivo, ma bisogna restare umili cercando di lavorare e studiare il più possibile. Il mondo accademico ha pur sempre rifiutato Walter Benjiamin: lo scrittore migliore del secolo breve. Chissa? …

D – Come vedi l’IA? Come una chiave che apre ulteriori porte alla conoscenza per l’uomo? O come un qualcosa di intrigante e importante ma pericoloso?

R – L’Intelligenza Artificiale rappresenta, senza dubbio, una soglia storica, un varco da attraversare mantenendo viva l’imprescindibile tensione della critica, giacché la filosofia ci educa a problematizzare ogni dato, a cominciare da se stessa. Personalmente, nutro fiducia nella tecnica quale tool emancipatorio. Come suggerisce Heidegger, pur nel suo porsi quale radicale oppositore del Gestell, è proprio all’interno della tecnica che si lascia scorgere il primo lampeggiare dell’Ereignis … Poiché laddove cresce la paura holderliniana, lì cresce anche ciò che salva. Vietato distrarsi durante lo zampillare dell’immagine dialettica!

D – Il poeta che ti è sempre piaciuto e la sua poesia che ami di più.

R – E’ una domanda difficilissima a cui rispondere, tanto che non potrei mai fornirti un unico nome senza rischiare di non dormire stanotte. Ti indico certamente Pasolini, che rappresenta forse il mio più grande ri – ferimento poetico, nella consapevolezza che ogni ri – ferire costituisce, inesorabilmente, un ferire. Non posso poi esimermi dal citare Carmelo Bene, con la sua poesia anti – storicista e interamente votata all’impossibilità dell’espressione, o Luigi Tenco, senza dubbio uno dei più grandi poeti e cantautori mai incontrati; io, Tenco, lo amo profondamente. Vi è poi Rilke, con cui ci passiamo la parola quasi fosse una palla spinata, e vi sono le meravigliose poesie di Walter Benjamin, che immagino idealmente riposte all’interno della sua valigetta fuggitiva; per non parlare di Brecht e Beckett, che mi è del tutto impossibile tenere fuori. Eppure, la mia poesia preferita resta “Le ceneri di Gramsci” del grande P. P. Pasolini, giacché “a che serve la Luce, se la nostra storia è ormai finita?”. Mi rendo conto che possa essere una risposta in grado di provocare il riso. Ebbene, che si rida pure. Che si rida, allora, di quella cretinità nobile di matrice squisitamente beniana! In fondo, “costoro prendono per uno spettacolo la loro stessa tomba …”.

Francesca Rita Rombolà

Domenico Barillaro

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