La Poesia e la guerra

3 Gennaio 2023

I tamburi di guerra si odono ogni giorno e ogni notte. Vicini o lontani. Lontanissimi o vicinissimi. Dietro l’angolo o oltre la linea dell’orizzonte. Si odono per tutto l’anno. Si odono da anni. Si odono da secoli. Si odono da millenni. Si odono fin dalle prime civiltà umane. Si odono da sempre. Non c’è mai stato un periodo storico sul pianeta terra che abbia conosciuto la pace globale. Uguali, distinti, talvolta spaventosi, talvolta del tutto normali, delle volte perfino monotoni. Di giorno hanno ritmi incessanti. Rullano. Durante la notte sono un suono vago e indistinto che colpisce nel profondo la percezione e può mettere anche paura o panico. Un suono che penetra ciascuna fibra dell’anima e fa vibrare ciascun lembo di pelle. Ogni guerra, da quella combattuta con la fionda e le pietre più di diecimila anni fa, a quella combattuta con le bombe, i mitra, i missili nel ventunesimo secolo, porta con sé, inevitabilmente, distruzione, violenza inaudita, miseria, perdita, dolore dello spirito e sofferenze nel corpo, traumi di ogni tipo ma soprattutto morte. Dove la guerra sosta, anche per un tempo brevissimo, non vi sono che macerie su macerie … intere città, grandi e piccole (e villaggi), che un tempo furono ricche, popolose, prospere e splendide non esistono più; e poi espressioni sconvolte di uomini e donne che in giorni di pace furono felici, e visi stravolti di bambini che sono stati lieti nei pochi istanti concessi dall’infanzia, e vecchi e anziani fra polvere e detriti come spettri di se stessi sopravvissuti agli orrori che esseri umani, e soltanto loro, sanno infliggere, purtroppo da sempre, ad altri esseri umani. Una guerra si consuma adesso. Ora. Si sta consumando. Negli attimi costanti di un presente infinito. Non è la prima. Non sarà l’ultima.

La Poesia ha cantato le guerre epocali del passato trasformandole in gloriose epopee coronate dalle epiche gesta dei suoi eroi. La Poesia oggi non sa più cantare la guerra. Forse non ci riesce più. Forse non vuole farlo più. Forse si rifiuta di cantare un’epopea che epopea non è. Forse non vi sono più eroi o guerrieri ai quali il canto possa dare l’immortalità.

Eppure, innocente come il più innocente dei bambini dilaniato dalle bombe, derubato del sorriso e della vita, la Poesia si fa, in fondo più che mai, presenza appena percepita, unica e quasi indefinibile quanto ormai incomprensibile; ma, ancora e sempre, a cantare sulle miserie, le rovine o le glorie della guerra.

Guerra

Ascolta,i tamburi che spingono la notte

nello staccarsi continuo delle foglie d’ottobre.

Avanzano gli anni e il vento carico della notte.

Ascolta: tamburi nella notte!

Oh come silenziosa e inesorabile è scesa la notte

un passo sordo e sordido

sull’erba che spunta, perché ora

il canto dell’addio è preghiera che si arrossa.

Mi dicono che guerra è uccidere;

ma guardate le nostre case invase dalla guerra

e capirete che “war” è la radice

di un suono dimenticato nell’oblìo.

Mi dicono di non ascoltare, e io invece

sento quando mi dicono di non sentire:

la mano che rulla di colpi,

le mani che battono e affondano

nello stagno del proprio ruggito di sofferente.

La mano non sa da dove viene la sua forza

e il suo dolore.

La guerra è un gioire troppo grande.

Ascolta: tamburi nella notte, ancora lontani

ma senza lontananza.

La guerra è l’orrore della giusta causa

e il riverbero della felicità più giusta.

Un suono debole sale nella notte

contro la notte che guazza

dentro il suo vomito di quiete

e tu e loro non sentite,

non ascoltano, non percepite

il suono dei tamburi in mezzo

al gracidare limpido delle rane.

Hai mai visto il gelo che pietrifica l’occhio

di un bambino spaventato?

Avete mai guardato il suo viso che porta

la maschera dell’odio?

E il suo cranio sfracellato

e le sue molli carni devastate come larve di farfalla?

Il suo odio è più spietato

di quello del padre

e il suo occhio vitreo ti perseguiterà

nel sentore degli unicorni

perché le sue ali non spiccheranno mai il volo.

Udremo il tocco dell’infinita mano, un suono di pioggia

che riversa in mare le sue meraviglie, lampi sonori

che irromperanno nel rifugio che ha scelto la terra;

e poi ascoltate, come questa musica

non parla per dirci il suo sgomento scalcinato.

Tamburi nella notte!

Non li udiamo, non ci piace sentirli?

Ma li ascoltiamo bruciati dall’eterna pace promessa.

E adesso, or ora; l’urlo canta “war”

sulle ossa, per non gridare: Pace!

Non c’è nulla di superiore alla guerra tranne

il senso estremo della guerra …

… e quel bambino che non ha più volto

e non lo avrà mai più.

Tamburi nella notte!

Ascolta.

Ascoltino.

Ascoltate.

Poesia tratta dalla silloge poetica “Alba, sul ponte sospeso” (anno 1994) di Francesca Rita Rombolà

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