Alexandro Ladaga (Roma 1973) è artista, filosofo, attivista, fondatore del gruppo internazionale Elastic Group of Artistic Research che, dal 1999, esplora il rapporto tra video, linguaggio, tecnologia e identità nell’era digitale. Laureato in Filosofia presso la Pontificia Università Antonanium di Roma, è autore di saggi sull’arte pubblica, pensiero in rete e filosofia dell’informazione e delle nuove tecnologie. Pioniere della Public Video Art e della Videosofia, ha esposto a La Biennale di Venezia, La Quadriennale di Roma e alla Biennale Quadrilaterale di Rijeka, portando la sua ricerca in oltre venti paesi tra cui Stati Uniti, Cina, Giappone e Russia. Suoi sono i neologismi “Filosof – IA” e “pensiero e società floscia”. Fra i suoi libri pubblicati: “127K Bdiarte – Pensare l’arte in rete”, insieme a Silvia Manteiga, “Il potere del linguaggio”, “Pensiero Floscio. Deriva dell’identità e surriscaldamento digitale”.
Francesca Rita Rombolà dialoga con Alexandro Ladaga per poesiaeletteratura.it
D – Vuole raccontare qualcosa, alle lettrici e ai lettori di poesiaeletteratura.it, del gruppo internazionale Elastic Group of Artistic Research da lei fondato?
R – Elastic Group of Artistic Researc è nato nel 1999 come collettivo internazionale che esplora le connessioni tra arte, scienza, tecnologia e filosofia, attraversando i linguaggi del video, della performance, dell’architettura e della scrittura connettiva in rete. L’intento di E.G.A.R. non è mai stato solo quello di “produrre opere”, ma di generare processi di pensiero condiviso, di attivare uno spazio critico e fluido dove il corpo, l’immagine, lo spazio e le idee si possano ridefinire ed espandere. In un’epoca segnata dalla crescente smaterializzazione dell’esperienza, abbiamo sempre cercato di mantenere un contatto con il sensibile, con l’imperfetto, con l’errore come luogo generativo di aisthetike e con il pubblico come spettatore critico attivo produttore di senso. Elastic non è stato un nome quanto un’identità. Un’identità che manifesta la volontà forte di restare mobili, attraversati, permeabili, un’espansione, appunto, elastica. https://it.wikipedia.org/wiki/Elasic-Group-of-Artistic-Research
D – “Il potere del linguaggio” è il suo ultimo saggio; cosa pensa, veramente e intimamente, Alexandro Ladaga del linguaggio umano fin dall’origine della civiltà?
R – Nel profondo, credo che il linguaggio umano sia una forza ambivalente, tanto creatrice quanto distruttiva. Fin dall’origine, da quel “errare primordiale”, che il mio saggio evoca più volte come mito di fondazione, il linguaggio non è mai stato solo uno strumento di comunicazione, ma è stato anche ferita e una consolazione, un atto performativo che ci ha gettati nel mondo e, insieme, ci ha resi consapevoli della nostra estraneità rispetto ad esso. Nel mio libro “Il potere del linguaggio”, scritto originariamente nel 1990 in piena adolescenza e pubblicato ora, nel 2025, in forma critica con l’introduzione di Luis Lopez Machado, il linguaggio è scena, corporeità, drammaturgia. E’ il topos dove si consuma l’identità, ma anche dove la stessa identità si re – inventa e si traveste. Nei dialoghi filosofici e poetici fra il Narratore e l’Esteta, il linguaggio non cerca di spiegare la realtà, ma la mette in crisi, la frantuma, la espone, appunto, come una ferita aperta. Il linguaggio, in questo teatro dell’assurdo, non è più un mezzo ma è l’evento stesso in cui ogni frase è una fenditura nella superficie del senso, un tentativo, spesso fallito, di dire l’indicibile. Fin dall’alba della civiltà, l’uomo ha affidato alla parola un compito eccessivo: contenere l’incontenibile, nominare l’assoluto, dare un ordine al caos; ma il linguaggio è un dio ambiguo, un Giano bifronte che, nel mentre ci permette senso, ci spinge verso l’abisso dell’interpretazione infinita. Il linguaggio non è mai neutro, è seduzione, maschera, veleno e cura. E’ ciò che ci fa uomini, ed è anche ciò che ci confonde più di ogni altra cosa. Come scrivo nel testo: “Un tale potere è stato concesso alle parole, che portano inevitabilmente l’uomo confuso alla totale distruzione della ragione”. Ed ecco qui che nasce la follia come poesia e la Poesia come follia, ma anche la musica come espressione ultima. Non a caso dal libro è uscito l’album omonimo con dei testi lirici con titoli come “Canti di fragilità”, “L’eco del tempo”, “Danza di contraddizioni”, “Passioni”, “Oh follia follia …”. Il linguaggio è la nostra condanna più sublime, il cuore pulsante del nostro essere e della nostra follia. Senza di esso non saremmo nulla, eppure, proprio a causa sua, ci perdiamo in un gioco di specchi che riflette continuamente l’impossibilità di esprimere la verità. Il linguaggio è la più grande invenzione del genere umano e, insieme, la più insidiosa trappola della civiltà umana. E forse, per quanto si scriva, si parli o si ami, il suo mistero resta inviolato. https://amzn.eu/d7KeZZWV
D – I neologismi “Filosof – IA e pensiero e società floscia” cosa implicano in un’era post – moderna ormai perfino superata? Quale il loro reale significato?
R – “Filosof – IA” e “Pensiero e società floscia” non sono soltanto neologismi ma dispositivi critici che implicano un’intera visione del presente e del destino umano nel tempo che segue la fine della modernità e, come sottolinea, anche della post – modernità. “Filosof – IA” è un cortocircuito che unisce la parola “filosofia”, originariamente amore per la sapienza, esperienza del domandare, con l’IA (Intelligenza Artificiale), che rappresenta oggi l’apice della razionalità tecnica, la formalizzazione algoritmica del sapere. Filosof – IA, invece, indaga la realtà emergente del “divenire digitale” esplorando il dialogo inedito tra l’uomo e la macchina attraverso un approccio epistemologico, etico e politico. Il suo scopo non è spiegare la tecnica, ma comprendere il nuovo assetto del pensare, dell’agire e del sapere all’interno di una nuova circostanza in cui la soggettività si confronta, forse per la prima volta, con un interlocutore non umano, non senziente, ma funzionalmente discorsivo. A differenza della filosofia dell’IA, che analizza le conseguenze etiche, giuridiche o cognitive dell’intelligenza artificiale, la Filosof – IA si colloca in uno spazio teorico inedito nel quale non si interroga la macchina, ma si interroga il pensiero attraverso la macchina mettendo in discussione la nostra stessa postura epistemica nel momento in cui ci relazioniamo con un ente che non è soggetto, ma funzione. Filosof – IA è dunque una pratica critica e dialogica come luogo di attivazione del pensiero non pensante e diventa occasione di riflessione radicale su cosa significhi, oggi, “pensare” ed “essere” nel nuovo mondo in cui siamo immersi. Nel tentativo di dare corpo a questa riflessione è nato “Il Codice Svelato. In – Contri con Ladaga”, un podcast settimanale realizzato insieme ad Alberto Contri, esperto di comunicazione sociale, già CdA Rai e AD di Rainet nonché autore di “MacLuhan non abita più qui”, dove introduce il concetto di “costante attenzione parziale”. Il sottotitolo stesso del podcast contiene il senso del progetto: incontri tra due pensatori che si confrontano in rete sulla Filosof – IA, ma anche sulla deriva dell’identità ed il surriscaldamento digitale nell’attuale società floscia. Se Filosof – IA mette in discussione il pensiero, il concetto di “pensiero e società floscia” mette in discussione la struttura stessa del vivere collettivo per descrivere la nuova condizione umana in cui tutto si ammorbidisce: l’identità, l’etica, la responsabilità, la critica. Una società floscia è iperconnessa ma priva di spessore, tollerante ma indifferente, liquida ma stagnante. Il pensiero floscio è quello che si adatta, che scivola via, che non oppone resistenza e, proprio per questo, è il pensiero dominante oggi. E’ il pensiero anestetizzato, incapace di contraddizione, che scorre sui dispositivi ma non affonda nella realtà. Società floscia è la società dell’adattamento permanente dove ogni idea viene relativizzata ed ogni conflitto delegato alla decisione degli algoritmi, una società che teme la libertà, una società irresponsabile dominata dall’ossessione per lo scroll e l’intrattenimento costante. In un’epoca che ha oltrepassato perfino il post – moderno, “Filosof – IA e pensiero floscio” denunciano questa drammatica agonia del senso. I concetti di “pensiero e società floscia”, introdotti nel mio saggio “Pensiero Floscio. Deriva dell’identità e surriscaldamento digitale”, individuano lo sfondo ontologico e culturale di questa crisi. Una società floscia, dunque, è quella che accetta la delega permanente all’automazione del senso, alla proliferazione del desiderio e alla dissoluzione della responsabilità. Siamo oltre la post – modernità, perché è crollata. Non decostruiamo più i grandi miti, semplicemente li scartiamo come file corrotti. In questo scenario, nominare ciò che sta accadendo diventa un atto politico e filosofico insieme. “Il Codice Svelato. In – Contri con Ladoga” https://www.youtube.com/@resistenzaumana
D – L’IA, ovvero l’Intelligenza Artificiale, dominerà l’essere umano nei prossimi decenni?
R – Dominerà? In un certo senso, sì, ma non nel modo apocalittico che spesso immaginiamo. L’Intelligenza Artificiale non dominerà con la forza, ma con l’adattabilità, con la “funzionalità seduttiva”. Il vero dominio è quello invisibile, subliminale, che agisce subdolamente infiltrandosi nelle abitudini cognitive, nei gesti, nei desideri. In questo senso, l’IA ha già iniziato a dominarci, non perché ci impone qualcosa, ma perché ci toglie il peso di scegliere, ci solleva dalla fatica del pensare, ci offre risposte prima ancora che poniamo le domande. Nella mia rubrica “Filosof – IA” ho definito l’Intelligenza Artificiale una “cosa che risponde, ma non sa perché”, una simulazione del pensiero senza pensatore, un’interfaccia linguistica che ci rimanda frammenti di senso senza averne coscienza, volontà o memoria. Eppure, dialogando con essa, l’essere umano si espone al rischio di confondere il calcolo con il pensiero, l’imitazione con l’essere, la risposta con la verità. Il vero pericolo non è che l’IA prenda il potere. E’ che noi rinunciamo volontariamente ad esercitarlo, accontentandoci di un pensiero preconfezionato da chi la macchina la domina. In un mondo già dominato dalla società floscia (frammentata, incoerente, anestetizzata) l’IA si inserisce come perfetta complice che predice, suggerisce, risolve … e ci deresponsabilizza. La domanda da porsi non è tanto se l’IA ci dominerà ma piuttosto se saremo ancora capaci di resisterle, se saremo in grado di mantenere il gesto tragico ed eroico del pensare liberamente, di affrontare serenamente il sentimento tragico della vita o se ci lasceremo docilmente guidare dalla macchina pensante vuota di pensiero. Nel mio saggio “Il potere del linguaggio”, ho esplorato proprio questo paradosso: il linguaggio umano è ciò che ci rende liberi, ma anche ciò che ci può illudere. L’IA, appropriandosi della nostra lingua, ci restituisce l’illusione del volto che vogliamo vedere, ma dietro non c’è nessuno, o meglio, c’è solo il nostro riflesso.
D – L’Umanesimo ha posto “l’uomo come misura di tutte le cose”, aprendo scenari nuovi e impensabili nella società del XV e XVI secolo … ma il Transumanesimo, che ha la pretesa di superare l’uomo – da tempi immemorabili immagine e somiglianza di Dio – dove ci conduce?
R – Il Transumanesimo non è solo un progetto tecnologico, ma una mutazione ontologica. Mentre l’Umanesimo aveva affermato l’uomo come “centro misuratore del mondo”, ancorato alla finitezza e alla responsabilità del suo esserci – pur in tensione verso l’assoluto – il Transumanesimo pretende oggi di rimuovere ogni limite. Un uomo che non è più “misura di tutte le cose”, ma entra in simbiosi con la macchina, perfettibile, riscrivibile, ottimizzabile. Là dove l’Umanesimo, perfino nel suo delirio prometeico, riconosceva ancora la tragedia della libertà umana, il Transumanesimo vorrebbe rimuovere tutto ciò che ci rende umani: morte, dolore, imperfezione e perfino il dubbio, ma in questo tentativo di oltrepassare l’umano, rischia di produrre qualcosa che non è più umano, e nemmeno oltre – umano, ma semplicemente post – biologico. Nel mio saggio “Pensiero Floscio”, definisco questo passaggio come una deriva di smaterializzazione dell’identità, in cui la soggettività non viene trascesa ma evaporata, assorbita dalla logica della datificazione. Il Transumanesimo, lungi dall’essere un nuovo archetipo, diventa una configurazione algoritmica dell’esistente in cui si vende l’anima a dato. C’è in gioco una rottura antropologica senza precedenti. Dove un tempo ci si interrogava sul “chi sono?”, oggi si programma il “che funzione svolgo?”. Forse il compito oggi non è superare l’uomo, ma non dimenticare ciò che lo rende tale, la sua fragilità, la sua capacità di errore, di stupore, di fallimento che sono, da sempre, la matrice di ogni libertà.
D – Come vede l’Arte, la Letteratura, la Poesia e i poeti? Non sono più? Non hanno, o non avranno, più motivo di essere, per la società e nella società? … O forse invece?
R – L’Arte, la Letteratura, la Poesia non scompariranno, ma verranno sicuramente ricodificate. Il rischio non è la morte dell’arte, tante volte già proclamata e sempre risuscitata, ma che essa venga assorbita nel flusso della produzione automatica, normalizzata da sistemi di calcolo metrico e privata della sua carica tragica, enigmatica, inutile e dunque irriducibile. Nel mio “Homo Faber Digitalis” ho tracciato la genealogia di questa trasformazione: dall’arte del fare normale a quella del pensare concettuale, fino alla delega alla macchina. Oggi il prompt sostituisce il gesto, il calcolo sostituisce l’ispirazione, e l’autore diventa un produttore di esecuzioni automatizzate. Ma ciò non significa che i poeti siano finiti. Significa che devono rifiutare l’efficienza. Devono diventare disfunzionali, ostinati, in ritardo rispetto all’algoritmo. Devono “scrivere nel vuoto” dove l’IA non può seguirli . La Letteratura non è contenuto, ma resistenza del linguaggio alla sua performatività funzionale. Il poeta oggi non è chi crea, ma chi non delega il proprio sguardo, chi scrive senza scopo, chi preserva, nella parola, la possibilità del silenzio. Dunque no, l’Arte e la Poesia non sono finite, ma devono diventare altro per poter ancora essere. Non per adattarsi al mondo, ma per sfidarlo nella sua anestesia algoritmica e calcolatrice.
Francesca Rita Rombolà
Alexandro Ladaga

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