“L’equilibrio tra uomo e natura selvaggia è notoriamente uno dei tratti distintivi della cultura nativa; in passato, e forse ancora di più ai giorni nostri, i Nativi Americani si fanno promotori di un approccio rispettoso e simbiotico nei confronti della foresta e degli altri ecosistemi” (da “Spiriti delle foreste”, pag. 80). Questo primo estratto del libro di Paolo Valerio Bellotti “SENZA RISERVE. Storie di Nativi Americani” (mauna Kea Edizioni, 2025) è emblematico di ciò che i nativi del Nord America, ieri, cioè nei secoli passati all’arrivo dei primi bianchi nel Nuovo Mondo e lo stanziamento successivo dei coloni nei diversi territori dell’Unione, come anche oggi, in pieno ventunesimo secolo, diffusore planetario dell’era digitale, continuino a vivere in modo semplice e atavico, facendosi custodi, e promotori, di un pensiero ecologico molto importante per i vari habitat naturali nella varietà dei climi, dei paesaggi, delle conformazioni geologiche, della vita che brulica in essi.
Ho letto questo libro di Paolo Valerio Bellotti tutto d’un fiato, perché la lettura in sé mi ha invogliato a farlo e mi ha “presa” quasi completamente. “SENZA RISERVE. Storie di Nativi Americani” è composto da una serie di racconti con titoli differenti che vanno da un’epoca remota, addirittura prima dell’arrivo dei bianchi dall’Europa, ad un’epoca, diciamo “intermedia” (diciottesimo, diciannovesimo secolo), fino agli ultimi decenni del Novecento e gli anni Duemila. La scrittura scorre lineare e fluida, priva di orpelli o di fronzoli, l’essenzialità è sempre mantenuta costante dalla prima pagina del libro fino all’ultima, facendo percepire al lettore attento l’ispirazione, “viva e quasi immersiva” nella realtà descritta, dell’autore. Molto riuscita, e non di certo facile da realizzare poi sulla carta, la trilogia su Caroline, nativa americana appartenente agli Shoshone, che racconta il suo percorso di crescita (in un’epoca ormai post – moderna) dall’infanzia all’adolescenza in una ricerca, spesso sofferta, della propria identità di nativa. Eccone l’incipit: “Quegli occhi, non la pelle: gli occhi dal taglio allungato, neri e spietati come la verità. Due mandorle perfette definite dalle pieghe epicantiche: il marchio indelebile del suo essere indiana. Avrebbe potuto sbiancarsi il viso col fondotinta, abbassare gli zigomi, schiarirsi i capelli, ma non sarebbe mai riuscita a modificare il suo sguardo indomito e predatorio ( … ) (da “La Copertina Bianca”, pag. 154). O la descrizione, precisa e intensa, di un’aquila intagliata nel legno che torreggia da sopra il camino, simbolo di una natura libera e indomita che non si è piegata mai del tutto ad una civilizzazione sfociante sempre più in una sorta di progresso tecnologico quasi mortifero: ” ( … ) Per anni quell’aquila aveva sorvegliato la casa della madre di Chris, una delle anziane assennate della tribù; il giorno delle nozze la donna l’aveva portata nella loro nuova casa, a loro insaputa. Non si trattava di un regalo: la presenza di quell’aquila caricava la nuova famiglia di responsabilità nei confronti della comunità (da “Ritorno a St. Regis, pag. 249). Il volume include anche diverse foto, fra le quali quella, davvero originale, di un bisonte, animale – totem per antonomasia di quasi ogni tribù di nativi americani, e di un coyote, altro animale endemico, insieme al bisonte, del Nord America al pari delle sue genti che lì hanno vissuto, e vivono, da sempre.
Forse c’è ancora tanto da capire (e anche da imparare) della cultura dei nativi americani, di un mondo che, attraverso film, fumetti, resoconti di avventura, ha un po’ “colpito” tutti nell’infanzia e nell’adolescenza, plasmando un intero inconscio collettivo a livello mondiale. A me piacerebbe un giorno – lo dico da tempo – poter vedere insediarsi alla Casa Bianca, nella capitale Washington, il primo presidente nativo americano degli Stati Uniti d’America (così come è avvenuto, anni fa, per Barak Obama, primo presidente afro d’America); i tempi per ciò, a mio avviso, sono maturi … oltre al fatto che l’evento, chiamiamolo pure così, costituirebbe di per sé quasi un atto naturale di giustizia storica, in primis, nonché sociale: un diritto vero e di appartenenza come il cielo e la terra d’America … Ma chissà se questo avverrà mai. Io non ho perso la speranza. Non perdo la speranza.
Francesca Rita Rombolà

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