Accolto, fin dal suo primo apparire, con molto fervore dalla critica, e premiato con il Premio Strega nel 1977, il romanzo “La miglior vita” di Fulvio Tomizza (1935 – 1999), del quale quest’anno ricorre il novantenario della nascita, è stato giudicato da diversi critici letterari il più completo fra tutti quelli scritti e pubblicati da questo autore il quale, impegnato in una narrativa essenzialmente tradizionale, coerente e fedele alla matrice di “scrittore di frontiera”, continua a raccontare ancora, come negli altri suoi romanzi, la storia della sua terra istriana lungo un preciso itinerario artistico e umano.
Il romanzo è la rievocazione in prima persona che Martin Crusich, il sagrestano di una piccola parrocchia istriana di confine, dalla parti di Buje e di Umago, fa di quella che è stata la vita della parrocchia stessa dagli inizi del secolo ventesimo fino agli anni ’70 dello stesso, attraverso la presenza e l’alternanza di sette parroci (molto diversi per origine, carattere, virtù e vizi) che si sono succeduti nel corso degli ultimi decenni e a cui Martin è stato vicino in modo costante. Datate, appunto, agli inizi dell’anno 1975 sono le righe che il vecchio sagrestano scrive con la mano stanca e che chiudono il romanzo e danno la ragione profonda del titolo del libro:
“Oggi 23 gennaio 1975 tremo in tutto il corpo, nessun fuoco riesce a scaldarmi. Non mi resta che mettermi a letto lasciando la porta socchiusa ( … ). Ho dato un’occhiata alla finestra lisciando il vetro appannato col dorso della mano, e sono giunto alla scrivania con un estremo sforzo di volontà. Da un sole che non vedevo, sul campanile, sulla chiesa e sul muro bianco di cinta cadeva una luce appena dorata. Dentro a questa luce tutte le cose liberate della loro pesantezza, quasi svuotate da ogni materialità, parevano mescolarsi e sollevarsi insieme. Scende sulla terra il vuoto dei cieli o su di noi si spalanca la miglior vita? – Questo non sapevo, che il mondo muore a ogni morte di un uomo”.
Dalla penna del vecchio e stanco sagrestano è uscita – dunque – la rievocazione commossa di quanto egli ha visto quasi tutto un secolo (il famoso secolo breve) tanto travagliato per la sua gente, per l’Europa, per il mondo intero che, proprio in terra d’Istria, sembra riflettere tutte le sventure e le sofferenze della terra. Egli ricorda soprattutto il succedersi di dominatori diversi – austriaci, italiani, tedeschi, croati … fascisti, nazisti, comunisti di Tito … – con i drammi che la presenza degli uni come degli altri ha portato e stampato in quei luoghi: le azioni di guerra, fino agli ultimi scontri fra partigiani e soldati tedeschi e l’esodo in Italia di quasi il settanta per cento dell’intera popolazione in seguito all’accordo di Londra. Ma, accanto a questi fatti della “grande storia”, quelli della “piccola storia” (quotidiana) rivivono sotto l’occhio di questo attento osservatore e puntuale cronista della sua terra d’Istria.
Romanzo popolare, come è stato definito dalla critica (a ragione), da non confondersi però con “populista” – oggi (primi decenni del ventunesimo secolo) termine e ideologia così in voga, e di moda, in ambito sociale e politico – ma soprattutto romanzo di ampio respiro storico e umano, “La miglior vita” è forse la prova narrativa più riuscita di questo fecondo scrittore di frontiera.
Francesca Rita Rombolà

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