Quella appassionata comunione che va oltre la morte. “Il mistero del Poeta” di Antonio Fogazzaro

17 Novembre 2025

“Il mistero del Poeta” di Antonio Fogazzaro (1842 – 1911) è stato definito il romanzo della passione italiana e della nostalgia esotica; ed è anche stato detto che in tutta la storia della letteratura italiana (attraverso i secoli) non è mai, in fondo, comparso, dopo il Petrarca, (periodo Medioevale) un libro – romanzo d’amore tanto schietto, immediato, vibrante, doloroso e insieme umano.

E’ l’amore del Poeta, un italiano ardente, che narra in prima persona la vicenda della sua passione per una ragazza, Violet Yves, figlia di un pittore inglese, ma orfana, stabilitasi con gli zii in Germania dove si è promessa ad un professore tedesco. Le vicende della passione dei due giovani hanno note davvero intense e drammatiche in un susseguirsi di struggimenti e confessioni reciproche. La conclusione sarà tragica: la morte improvvisa per sincope di Violet quando, appena iniziato il viaggio di nozze, assisterà ad un colloquio piuttosto violento fra il marito, il Poeta, e l’uomo del suo primo amore che l’aveva sedotta e abbandonata.

Pagine strazianti (fra le più strazianti dell’intero romanzo) quelle che preludono la morte di Violet: cupe, indefinite, nebulose che si intrecciano poi con altre di una sensualità languida e delicata a un tempo, sulle quali aleggia, sempre e su tutte, un fosco presentimento di morte … E la morte presto si concretizzerà in una rappresentazione realistica e commossa, dando luogo proprio alla pagina della morte in cui i suoi segni vengono osservati con chiarezza e calma al colmo di un quieto dolore:

” (… ) Mi guardò, ansando in silenzio, con un viso sfigurato che mi fece terrore, mi si avventò al collo, mi cadde addosso. Il treno partì. Sedetti stringendomi in braccio il caro corpo tutto sussulti e spasimi, baciando la testa bionda che mi pesava sulla spalla, palpitando e ansando io stesso, ma senza comprendere ancora qual  cosa terribile si compiesse, per arcano volere di Dio, in quel momento. Chiamavo. – cara! cara! – Non rispondeva. ( … ) Le sue braccia inerti mi trattenevano ancora, ma pure incominciavo ad avere la terribile idea che morisse e mi sforzavo di gridare, di gridare sempre. ( … ) Ma il suo povero viso diventava freddo, solenne: non gridai più, non feci che chiamarla teneramente. ( … ) L’ottobre cade e io scrivo quest’ultima pagina nel paesello perduto fra le montagne, dove la mia famiglia ebbe il suo umile principio, dove uso condurre ogni anno, in perfetta solitudine, un mese di vita più semplice e contemplativa che gli amici miei non comporterebbero. Il mite sole autunnale, la grande quiete di mezzogiorno, il suono della campana che commuoveva la mia fanciullezza immaginosa, entrano per le finestre aperte in questa camera dove dormirono i miei venerati genitori, e ch’io scelsi per camera nuziale, per camera nuziale della morte. Dio mio l’abito nuziale di Violet non è qui … Il suo fazzoletto colle cifre di sposa, i guanti, l’orologio, il ventaglio di marocchino, i braccialetti e gli anelli sono sul marmo del cassettone col nastrino di velluto nero in cui sento e bacio ancora il tepore fragrante del suo collo. Sul letto il suo guanciale porta la sua cifra e il suo tavolino da notte porta i suoi prediletti sonetti di Shakespeare, la sua Imitazione legata in avorio”.

Così il Poeta, a dieci anni dalla perdita dell’amata, rivela il suo “mistero”, cioè quell’appassionata comunione che ancora lo lega, e lo legherà per sempre, a lei: una comunione che ogni anno si affina nella “perfetta” solitudine di un mese di vita semplice e contemplativa passata in un piccolo borgo sperduto fra le montagne. Per cui il “mistero del Poeta” consiste nel fatto che egli, anche dopo la morte, non si sente abbandonato dalla creatura amata: in fondo in fondo …  come già Dante da Beatrice morta, come Novalis dalla morta Sophie von Kuhn.

Francesca Rita Rombolà

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