“In effetti, racconto la vita … “. Conversazione con la scrittrice Cynthia Collu

7 Marzo 2026

Cynthia Collu è nata a Milano, dove vive e lavora. Nel 2009 ha esordito con “Una bambina sbagliata” (Mondadori Editore), Premio Giuseppe Berto Opera Prima 2010. Sempre per Mondadori ha pubblicato, nel 2015, “Sono io che l’ho voluto”, Premio Speciale della Critica Città di Cattolica 2018 e vincitore del Premio Essere Donna Oggi 2018. Nel 2019 ha pubblicato “L’amore altrove” con DeAPlaneta Editore, romanzo che è stato proposto allo Strega 2020 con la presentazione di Ferruccio Parazzoli. Cynthia Collu ha scritto diversi racconti: “Un tappo nelle nuvole”, Premio Arturo Loria 2007; “Su biccu”, Premio Letterario Castelfiorentino 2008; “La guerra di Beba”, pubblicato da Senzapatria Editore nel 2010, “La stazione”, pubblicato da Aulino Editore nel 2019. Altri suoi racconti sono stati pubblicati in antologie e riviste come “Su biccu” in Linus, “L’altro” nell’antologia “Un pesce rosso” di Atlas Books, racconto pure pubblicato ne “La lettura”, racconti in 100 parole, del Corriere della Sera.

Francesca Rita Rombolà conversa con la scrittrice Cynthia Collu.

D – Cynthia Collu, vincere premi letterari (tu ne hai vinti diversi) significa, per un autore, far conoscere ad un pubblico vasto le proprie opere, o rivestono invece tutt’altra importanza?

R – La domanda richiede una precisazione: ci sono diversi premi letterari, alcuni importanti, altri ancora totalmente sconosciuti (anche se magari validi) da non ricevere molta attenzione, né dagli editori, né dai possibili lettori. Dico questo perché, quando abbiamo dovuto inserire in quarta di copertina del mio secondo romanzo i premi vinti, l’editore mi ha consigliato di citare solo quelli più importanti, dato che forniscono, a chi conosce e frequenta il mondo editoriale, più credibilità. Ovviamente uno scrittore che ha vinto piccoli premi locali può tranquillamente metterli, ma se pubblica con un big la cosa è un po’ controproducente, meglio non citarli. Un premio come Giuseppe Berto Opera Prima, vinto da “Una bambina sbagliata” edito da Mondadori, è il premio più autorevole che si possa dare a un romanzo d’esordio e, sicuramente, questo mi ha fatto conoscere nel mondo editoriale, meno forse tra i lettori che non sempre sono esperti sull’importanza dei premi letterari (tutti conoscono Lo Strega e Il Campiello, ma ce ne sono tanti altri importanti che, al di fuori del mondo editoriale, pochi conoscono). Quindi direi che i premi letterari non servono a farsi conoscere da un pubblico vasto ma ad ottenere attenzione dagli editori, questo sì. Quello che ti fa conoscere davvero è la distribuzione, la pubblicità, e il magico passaparola. L’importanza che, quindi, rivestono questi premi è soprattutto la gratificazione che prova uno scrittore vedendo la propria opera premiata. Il che non è poco.

D – Cosa racconti nei tuoi libri? Vi è un messaggio di fondo in essi?

R – Potrei rispondere che, nei miei romanzi, racconto soprattutto storie al femminile, dato che le protagoniste principali sono sempre donne. Ma questo, a mio avviso, è riduttivo, non risponde a realtà. In effetti, racconto semplicemente la vita, con i suoi momenti di grazia, le paure, la lotta per trovare la propria identità, l’amore o il disamore per la propria famiglia, la violenza, il sesso, il risalire dopo una caduta, la volontà di sanare le proprie ferite. Insomma, la vita col suo bello e col suo brutto tout court. “Una bambina sbagliata” è la storia di Thea, cresciuta in una famiglia problematica (il padre è alcolista e la madre è incapace di amarla) che, crescendo, lotterà per capire che non è lei ad essere sbagliata, lotterà per ricucire la propria ferita dovuta al disamore materno e per riappropriarsi, infine, della sua dignità di persona. “Sono io che l’ho voluto”, il mio secondo romanzo, è la storia di una coppia all’apparenza come tante. Ma, dietro la porta di casa, si svolge la tragedia della violenza psicologica: il manipolatore (Sebastiano, il marito) a poco a poco cerca di togliere a Myriam, la moglie, ogni traccia di autostima denigrandola di continuo e dandole spesso della pazza. Il tema trattato è, quindi, la violenza psicologica, molto più infida di quella fisica, in quanto meno riconoscibile. Myriam riuscirà a liberarsi dalla trappola in cui, poco alla volta, il manipolatore l’ha rinchiusa e lo lascerà, riappropriandosi della propria dignità. “L’amore altrove”, il mio secondo romanzo, è stato per me il più complesso da scrivere e strutturare perché ho affrontato un tema difficile, l’abuso sui minori, tema in cui non ho voluto affondare il pedale della morbosità ma ho cercato, anzi, di usare la massima delicatezza. Licia, la protagonista diciassettenne, cerca di difendere Giada, la sorellina, da possibili intrusioni del “mostro”, il padre abusante. La madre, pur essendo buona e amorevole, va spesso in un “altrove” dove dimentica la realtà, e lo dimostra frugando nei cestini della spazzatura alla ricerca di qualche giocattolo rotto che deve portare a casa per “curarlo”, e quindi non si accorge della sofferenza di Licia. Alla fine Licia troverà una soluzione per liberare se stessa, la sorella e la madre dal “mostro”, anche se la via d’uscita non porterà a una redenzione. “L’amore altrove”, il mio romanzo più difficile, parla di abusi sui minori in un contesto familiare. Anche qui Licia, la protagonista diciassettenne, sempre attenta che il “mostro” non faccia male alla sorella Giada, troverà alla fine una sua personalissima soluzione per porre fine a questa storia. Il messaggio di fondo dei miei romanzi preferisco che sia il lettore a recepirlo dato che, per ogni lettore, il messaggio può risultare diverso. Infatti: “Ogni autore lo sa, il libro, come un figlio, è il solo modo che il lettore ha per far suo il romanzo e conoscere, per suo tramite, un pezzo in più di sé. Roland Barthes lo ha detto meglio di tutto: ‘ La nascita del lettore si paga con la morte dell’autore’.

D – Il libro che desideri scrivere da sempre e che non hai ancora scritto, ma che comunque scriverai.

R – Non esiste. Ogni volta che desidero comunicare una storia la inseguo finché non mi è chiara abbastanza, così come cerco di ascoltare i personaggi che dovranno muoverla, perché, pirandellianamente, loro esistono ancora prima che io ne senta il bisogno. Si tratta solo di stare in ascolto, e prima o poi si faranno avanti.

D – Come vedi il panorama letterario italiano?

R – Una domanda di riserva? Scherzi a parte, l’editoria non sta benissimo, mi sembra ormai cosa talmente evidente che è quasi inutile parlarne. Gente che legge di meno a fronte di un aumento sproporzionato di aspiranti scrittori. Gli editori si ritrovano la scrivania invasa da manoscritti e non hanno neanche il tempo di dar loro un’occhiata. I rientri economici sono sempre di meno, per cui un editore ci pensa parecchie volte prima di pubblicare un libro che, anche se valido, pensano non venda granché. Si cerca il/la blogger con tanti follower, il/la tik – toker, la persona che appartiene al mondo dello spettacolo e che quindi verrà sicuramente letta; questo a discapito di chi, duramente, fa il suo mestiere con coscienza e viene scartato a priori. Tutto questo, d’altra parte, è comprensibile: le case editrici sono aziende e, come ogni azienda, a fine anno devono chiudere i conti e fare i loro bilanci; non si può biasimarle se cercano di non affondare. Certo, una volta era diverso. Non so se finirà questo periodo. Me lo auguro, ma ho i miei dubbi.

D – Hai mai scritto poesie? Ami la Poesia?

R – Sì, ne ho scritte un po’, alcune brevi e altre piuttosto lunghe. Non mi considero però una poetessa, perché non ho le basi per saper “leggere” una poesia. Diciamo che alcune mi piacciono d’acchito, ma non riesco a valutarne la riuscita e la portata stilistica, so solo che mi fanno vibrare le famose “corde”; altre (magari di poeti celebri) mi lasciano indifferente. Quindi non saprei rispondere alla tua domanda: amo la Poesia? Sì, ma non tanto quanto amo la narrativa. Anche se poi ci sono romanzi che sono scritti quasi in forma poetica (vedi “Lo stesso mare” di Amos Oz, che ho amato tantissimo), o poesie che sono scritte in prosa, libere da costrizioni metriche, stile nato nell’Ottocento e affermatosi con “Spleen” di Baudilaire, e sono le poesie che sento più vicine.

Francesca Rita Rombolà

Cynthia Collu

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