Ecco, è ritornata! La primavera. E’ ritornata! Esuberante e splendida, eppure silenziosa; bellissima nella sua esplosione di colori e di sfumature, eppure in un certo qual modo austera; dolce e carezzevole nei raggi del sole meridiano, eppure lievemente aspra nella sua brezza che sale dal mare; voluttuosa e intrigante come una gatta in amore, eppure casta e solenne come i bianchi gigli di campo; lieta e rivoluzionaria, eppure mesta e nascosta nei suoi attimi crepuscolari.
E’ ritornata! La primavera è di nuovo fra noi! Profluvio di essenze e di profumi nell’aria tiepida sulla pelle. Ancora una volta attesa a lungo. Ancora una volta, per gli spiriti fini e sottilmente tormentati come per quelli tellurici e improvvisi. La primavera sì, speranza ancora e sempre di giorni migliori; ancora e sempre crogiolo di sogni per il futuro nella sua incertezza di ogni giorno; ancora e sempre rigurgito profondo e intenso di libertà per i popoli, per le genti tutte, per ogni donna e per ogni uomo che resistono ai rigori di un rigido inverno dell’anima che sembra non voglia passare più.
E’ ritornata! La primavera. E’ ritornata! Stagione di immortalità e di vita al colmo della sua pienezza, lieta compagna della poesia che in essa si compiace, si compie, si diletta e dona all’esistenza il suo balsamo risanatore di ferite antiche e nuove.
La stagione dell’immortalità
Ogni apparire
del debole raggio di luce
ha l’eco profonda
negli anditi oscuri
dove si ottenebra
il nostro passato.
Lieve ciascun istante successivo
proietta il suo riverbero
su realtà
mai completamente comprese,
a me stessa
il mondo si delinea
e tale strada
nuovamente conduce
di fronte all’ignoto.
Solo è l’uomo in me
non con sé stesso
ma nel supremo oblio
che ci intrappola
in una dilaniata temporalità.
Immutato e silente
si svela il cipresso a primavera,
nel sacro bosco dei morti
lieti per primi del risveglio
portatori della fiaccola perenne
della libertà.
Ah cieli azzurri infiniti
canto dell’usignolo sull’urna
infranta dall’ottava nota
di sì potente e misteriosa ugola:
ecco l’elevata verticalità
di questo tempo
che affonda l’artiglio
nelle risonanze della propria esplosione,
distruggere e poi ricostruire
l’ordine vissuto
leggere e rileggere senza sosta
un poema che non esaurisce mai
i suoi significati.
Tutto si spezza
ciascun frammento è vita,
e il dio che sempre giunge
dalla sconosciuta Iperborea
ha calpestato l’erba lasciata
ancora avvolta nella fresca rugiada
di un sogno.
Il fiore strappato
dall’improvvisa tempesta
è nelle mie mani di eterna fanciulla:
altro non vedrai
oltre il velo,
i cerchi della rondine felice
nel cielo
le iperboli tracciate
dal suo volo.
La stagione dell’immortalità
trasfigura e conserva
il ritorno dell’uguale,
fine e origine ricongiunti.
Francesca Rita Rombolà
P. S. – Per la Giornata Internazionale della poesia, il 21 marzo primo giorno dell’equinozio di primavera.

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