“Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio è forse fra le sue opere più riuscite e, secondo diversi critici letterari, il suo capolavoro. Il protagonista del romanzo è lo stesso personaggio del romanzo “Primavera di bellezza”, cioè il giovane militare che, tornato ad Alba, in Piemonte, dopo l’8 settembre 1943, si è chiuso in una villetta delle Langhe in attesa degli eventi; è lo stesso Johnny anche nelle abitudini e nei gusti, specialmente per la passione dei classici della letteratura inglese. Nel romanzo ci sono anche le stesse rievocazioni del passato come la vita al liceo, i maestri di allora etc. C’è anche, ad un certo momento, la stessa decisione di darsi allo sbaraglio nelle formazioni partigiane … seguono la reazione interiore del protagonista al primo contatto improvviso col “marchio bestiale” che la vita di montagna imprime a chiunque; il superamento della reazione nella solidarietà della lotta; l’oblìo dell’esistenza passata; l’attaccamento ai nuovi compagni.
Quando la sua banda “rossa” è dispersa, Johnny scende in città: questa volta con una banda “azzurra”. Poi viene l’impresa di Alba in pagine intense che trasudano passione, orgoglio, tenerezza … Ma passano poche settimane e Alba è perduta ed egli riprende, nella delusione e nella stanchezza, la vita di montagna. Vi è anche nel romanzo una delicata figura femminile, Elda, la sfollata di Torino, ma solo per poco. Quindi riprendono le azioni militari, i rastrellamenti dei nazi – fascisti, le ore terribili, i momenti di solitudine angosciosa del protagonista. Infine, le ultime azioni e l’annunzio, di lì a poco, che la guerra sarebbe terminata. Ma il racconto appare interrotto all’improvviso, e incompleto dunque. E, si può dire che, in fondo, lascia deluso il lettore.
“Il partigiano Johnny” merita davvero un’attenzione speciale per quel che riguarda la lingua in quanto sarà facile trovarvi, ad ogni passo della narrazione, i segni di una ricerca stilistica attentissima tesa, da una parte, a riplasmare la lingua italiana in forme, significati e suoni colti, lineari, in armonia e in un contesto di fluidità, piuttosto raffinati; dall’altra, a presentare, con i frequenti termini inglesi, un bilinguismo (che sarebbe diventato frequente, consueto e quasi di moda nei decenni successivi e in letteratura e nella società post – bellica) che può essere considerato il prodotto di una forte esperienza personale di vita e di cultura dell’autore.
Nel 2000, da questo romanzo di Beppe Fenoglio, è stato tratto un film diretto dal regista Guido Chiesa.
Francesca Rita Rombolà

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