Il paesaggio ligure, di cui fu figlio essendo nato a Genova, ha sempre ispirato e affascinato il poeta Eugenio Montale (1896 – 1981), Premio Nobel per la Letteratura nel 1975, che in esso ha spesso riconosciuto aspetti e atteggiamenti del proprio animo. In questa poesia dal titolo “Scirocco” egli descrive, in versi sciolti e intensi, il vento di scirocco.
Lo scirocco che soffia rabbiosamente, qualche bianco bioccolo di nube che corre nel cielo e si disperde danno al poeta il senso dell’incertezza, della vita che passa come l’acqua tra le dita; in questa incertezza egli, però, vorrebbe cercare un punto di appoggio … essere in fondo come l’agave (splendida pianta originaria del Messico, diffusa in tutta la macchia mediterranea) che si abbarbica sulla roccia e non teme il mare e la sua imprevedibilità. Ma questa sicurezza è, per contrasto, anche immobilità, aridità: immobile e chiuso in se stesso come una pianta che non riesce a fiorire, il poeta non può cantare mentre intorno tutto è rigoglio di vita, colori e voci di primavera … ciò costituisce per lui profondo tormento.
Il vento di scirocco è spesso caldo e umido, e soffia rabbioso sulla costa e sulle colline di ogni luogo d’Italia che ha sbocco al mare; soffia per giorni e giorni fino a che non cessa con piogge intense e talvolta anche devastanti per il territorio! Il cielo è offuscato da luci incerte e incolori … è un momento del tempo in cui le ore sono segnate solo dal vento forte e dalla sua voce potente nel paesaggio; i lembi di nuvole straziate e lacerate dalla sua forza sembrano gli ultimi palpiti di una vita che se ne va, così il vento e le nuvole insieme sono realtà sfuggenti, inafferrabili, baluginare inquieto tra il chiaro e l’oscuro, momentanei mutamenti degli elementi della natura; le ali dell’aria sono secche, aride e il poeta si immedesima all’agave che si abbarbica al crepaccio dello scoglio, quasi come a voler resistere allo scorrere inesorabile del tempo e al sopraggiungere della morte … possente e splendida l’immagine vigorosa del mare dalle lunghe braccia di alghe che afferra, stringe le rocce e apre enormi gole e anfratti. Triste è ora il poeta nella chiusa del canto in quanto il suo poetare è come un fiore bellissimo e purpureo che non sa più aprirsi esplodendo, liberandosi nel sole e nel vento con tutta la sua essenza vitale.
Scirocco
O ràbido ventare di scirocco
che l’arsiccio terreno gialloverde
bruci;
e su nel cielo pieno
di smorte luci
trapassa qualche biocco
di nuvola, e si perde.
Ore perplesse, brividi
d’una vita che fugge
come acqua tra le dita;
inafferrati eventi,
luci – ombre, commoventi
delle cose malferme della terra,
oh alide ali dell’aria
ora son io
l’agave che s’abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d’alghe
che spalanca ampie gole e abbraccia rocce
e nel fermento
d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come un tormento.
Francesca Rita Rombolà

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