” …Il nostro – già da un po’ – è il tempo del pensiero calcolante ed economicistico”. Dialogo con Paolo Calabrò, filosofo, scrittore di gialli, writer coach

19 Maggio 2026

Paolo Calabrò è laureato in scienze dell’informazione e in filosofia. E’ editor per Il Prato e per Bertoni Editore e dirige la collana di filosofia “I Cento Talleri ” per Il Prato Editore, insieme al filosofo Diego Fusaro. Ha collaborato con l’Opera Omnia del filosofo indo – catalano Raimon Panikkar come traduttore dall’inglese e dal francese. Ha pubblicato manuali di writing coaching; romanzi gialli fra i quali “Tutte le storie sono vere” (Il Prato Editore, 2020) e saggi di filosofia fra i quali “Ivan Illich. Il mondo a misura d’uomo” (Edizioni Pazzini, 2018) oltre all’antologia “C’è un sole che si muore. Racconti gialli e neri da Napoli e d’intorni” (Edizioni Il Prato, 2016), che ha curato insieme a Diana Lama.

Francesca Rita Rombolà dialoga con Paolo Calabrò, filosofo, scrittore di gialli, writer coach.

D – Paolo Calabrò, vuole raccontare qualcosa sull’argomento dei suoi libri?

R – A parte i manuali dedicati alla tecnica della scrittura creativa, come il Manuale di editing (Edizioni Il Prato, 2023) e “Writing Coaching. Prendersi cura dello scrittore in 101 concetti chiave” (Edizioni Ultra, 2026), direi che l’argomento comune ai miei scritti è la filosofia, tanto nei saggi specificamente filosofici che ho pubblicato (le introduzioni al pensiero di Maurice Bellet, Ivan Illich, Rupert Sheldrake) quanto nei romanzi, dove si può trovare ogni volta, al di sotto della storia che racconto, una domanda filosofica fondamentale. Del resto, scrivo gialli: e cosa di più vicino alla filosofia del giallo, con la sua ricerca della verità (criminale) tramite la ragione (del detective)?

D – A che punto è il dibattito odierno sull’IA, che impazza come se non si potesse parlare d’altro?

R – Si parla spesso, a proposito dell’IA generativa, di “concorrenza sleale”, di “disumanizzazione della scrittura”. Come se si dovesse essere più bravi della macchina (e perché mai? La macchina a scacchi è più forte dell’uomo da molti anni, eppure si continuano a fare campionati mondiali di scacchi), o come se i risultati della macchina, anche se migliori di quelli umani, andassero scartati “per principio”, perché l’arte è qualcosa di umano e basta (non saprei: se un giorno la macchina imparasse a scrivere meglio dei miei scrittori preferiti … cosa preferirei leggere: i romanzi più belli, o quelli meno belli?). Io dico che la questione è posta male: non si dovrebbe cercare di essere migliori di qualcun altro, né di chi scrive, né dell’IA. Se ciascuno si concentrasse su come diventare un autore migliore di quello che era ieri, credo che la maggior parte delle polemiche sull’IA si dissolverebbero da sole.

D – Parli un po’ del pensiero del filosofo indo – catalano Raimon Panikkar, visto che ha collaborato alla traduzione della sua Opera Omnia.

R – A Raimon Panikkar ho dedicato due saggi filosofici: “Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne” (Edizioni Diabasis, 2011) e “Pensiero in azione. Politica e morale nella filosofia pratica di Raimon Panikkar” (Edizioni Il Prato, 2023). Trovo che i tre filoni indagati in questi libri – la filosofia della scienza, della politica e della morale – siano tra gli argomenti più misconosciuti dell’opera del filosofo, che per primo li ha trattati in maniera non sistematica e poco diffusa; la loro importanza sta nel fatto che Panikkar ha fondato il suo pensiero sull’inseparabilità del binomio teoria/prassi, coppia che solo nella filosofia politica e morale è possibile vedere davvero all’opera (mentre la filosofia della scienza costituisce il fondamento teoretico di questa possibilità). Quella di Panikkar non è una filosofia per mistici contemplativi, ma per uomini e donne che vogliono cambiare le cose: sul tema specifico del “cambiamento” è prevista per l’estate l’uscita di un mio nuovo libro dedicato all’impegno politico e alla possibilità concreta (personale, sociale, politica, economica) di #cambiarelecose.

D – I ragazzi oggi, distratti o presi, da un mondo ormai quasi assuefatto alla tecnica, in senso heideggeriano, possono ancora, secondo lei, amare la filosofia?

R – Ogni cosa va amata per quello che può dare, non si può amare per dovere o per timore reverenziale. Se la filosofia è poco amata oggi è solo perché è obliato il senso del pensiero critico, personale, creatore, dato che il nostro – già da un po’ – è il tempo del pensiero calcolante ed economicistico. Si dovrebbe recuperarne l’utilità e anche il gusto: la vita acquista spessore, si fa più colorata e armoniosa quando si vive con consapevolezza. E’ una cosa che non si può esprimere in parole, va provata. In genere, chi prova, non torna più indietro. Io dico soltanto: hai una vita sola; che cosa hai deciso di farne? Ecco, l’esigenza della filosofia, secondo me, nasce da qui.

D – La sua opinione, o il suo pensiero, sulla poesia.

R – La domanda mi mette in imbarazzo perché vorrei conoscerla meglio e leggerla molto di più, ma poi, un po’ per inclinazione un po’ per attinenza con ciò di cui mi occupo, mi trovo ben più spesso a leggere manuali tecnici, saggi filosofici e romanzi noir. Una volta scrissi un divertissement, un breve finale per una triste storia d’amore: “Non certo per scelta ci dicemmo ciao. Di getto, per cercare nuovi approcci, celiai”. Non è molto, lo so. Ma almeno posso dire che ci ho provato.

Francesca Rita Rombolà

Paolo Calabrò

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