“Se la Poesia e l’Arte ti cambiano, ti allenano a cambiare”. Un intenso dialogo con Cristina Muccioli, scrittrice, teorica dell’arte e curatrice

29 Maggio 2026

Nata a Milano nel 1968, dove vive e lavora, Cristina Muccioli è teorica dell’arte e curatrice. Per oltre venti anni ha insegnato Etica della Comunicazione ed Estetica all’Accademia di Brera, Antropologia Culturale e Image Semiotics all’Istituto Marangoni di Milano. Collabora con le accademie delle più importanti aziende italiane per progetti di formazione attraverso un metodo personale chiamato “Art Tools for Soft Skills”. Nel 2025 ha vinto il Premio Romanino per il taglio innovativo con cui interpreta e divulga i significati delle opere d’arte. Collabora con Jonas Onlus Milano, Centro di Ricerca Psicanalitica per i Nuovi Sintomi, con la rivista online dell’Università degli Studi di Milano MdE (Materiali di Estetica) di cui è membro del comitato scientifico. Tra le sue pubblicazioni: “Estetica del vero. Idee e immagini della verità nella storia dell’arte” (Prospero Editore, 2018). Il suo sito web è: www.cristinamuccioli.art

Francesca Rita Rombolà dialoga intensamente con Cristina Muccioli, scrittrice, teorica dell’arte e curatrice.

D – Cristina, per iniziare questo dialogo, vorrei chiederle: che cos’è il suo metodo personale chiamato “Art Tools for Soft Skills”?

R – Ho iniziato a dedicarmi alla formazione aziendale una decina di anni fa, avvalendomi di opere d’arte per meglio veicolare i concetti e renderli “visibili”, più facilmente memorabili, ma anche coinvolgenti. Nel tempo, visti i riscontri felici, ne ho fatto un metodo. Attraverso un’osservazione guidata e intenzionale, attivo un processo di analisi visiva che è al contempo concettuale ed emotiva: i due aspetti non sono in contrasto. Estraiamo insieme dall’opera strumenti e strategie che artiste e artisti hanno usato per secoli, e li traduciamo in pratiche professionali attuali. Di per sé, un concetto dovrebbe solo definire l’essenziale, come insegnava già Aristotele, e non preoccuparsi affatto di emozionare. Trascorsi duemilaquattrocento anni, pur tenendo il rigore della concisione definitoria del concetto, mi sono detta che si poteva provare ad allargare le maglie. Oggi il nostro mondo è incomparabilmente più complesso, e i concetti impliciti in ogni nostra scelta, adesione o distanza, progettazione e innovazione, sono una foresta. Occorre selezionare, accendere, incuriosire, guidare, facilitare. L’arte possiede il dono di aggirare le nostre difese razionali, i nostri comuni e naturali preconcetti. Parla una lingua immediata che arriva dritta alla dimensione emotiva, ma non si ferma lì. In poco tempo, un’immagine può risvegliare l’empatia e il pensiero laterale con una forza che mille slide convenzionali non potrebbero mai eguagliare. Davanti a un’opera si impara a cogliere il dettaglio sottile. Portare questa stessa sensibilità in una conversazione permette di intuire ciò che sta “tra le righe”: esitazioni, resistenze o aspettative. Lo scambio smette di essere solo informativo e diventa una relazione autentica e costruttiva.

D – Di cosa parlano, nello specifico, i libri che ha pubblicato?

R – I miei testi sono uno sguardo sul contesto che ha permesso l’emersione del “testo” visivo dell’arte, anche quando è stata polemica e avversa a quel contesto. In particolare, mi ha sempre interessato il meccanismo culturale attraverso il quale nelle epoche più lontane e vicine abbiamo assegnato al reale il valore di “vero”. “Estetica del vero” prova a raccontare proprio questo, lontano da un atteggiamento giudicante e irrisorio per gli errori commessi da chi ci ha preceduto. Ogni teoria convalidava un modo di pensare e di farne discorso che creava comunità e senso. Gli strumenti (e torniamo all’idea cardine di “tool”) che hanno reso visibile e condivisibile un’idea di mondo, di verità e di realtà, a partire dal paleolitico sono state sempre le opere e le immagini d’arte (anche se ai tempi di Lascaux e di Chauvet la nozione stessa di “opera d’arte” va naturalmente messa tra parentesi). Evoluzione, antropologia culturale e Storia dell’Arte non dovrebbero mai essere scisse e separate, se si vuole davvero tentare di comprendere la capacità che le immagini hanno di costruire e decostruire il nostro pensiero.

D – Che momento, o età, sta vivendo adesso l’Arte per Cristina Muccioli?

R – Stiamo vivendo quelli che la cultura cinese definirebbe “tempi interessanti”. Un’epoca di transizione profonda in cui non ci sono più binari unici: l’artista oggi ha la totale libertà di scegliere se rifugiarsi nella tradizione artigianale o se esplorare le frontiere tecnologiche più avanzate. Penso in particolare all’Intelligenza Artificiale, che sta attraversando una fase ancora viziata da molte superstizioni, prima fra tutte quella che possa soppiantare l’essere umano. La verità è che l’IA non crea dal nulla: risponde. Dipende tutto dal prompt, ovvero dalla domanda che l’artista le pone. E la qualità, l’accuratezza o la banalità di quella risposta dipendono interamente dalla cultura, dalla profondità e dall’ingegno di chi formula la domanda. L’IA, in fondo, è uno specchio del nostro potenziale. Se dovessi fotografare lo stato dell’arte oggi, userei due parole chiave: la prima è “Movimento”: lo vediamo nel proliferare di performance, di happening e arte relazionale. L’arte non è più un oggetto statico da appendere a un muro ma un processo vivo, un evento che accade nello spazio e nel tempo e che richiede la partecipazione attiva del pubblico. La seconda è “Ibrido”: mai come oggi abbiamo la possibilità di confrontarci con alterità radicali. L’incontro e lo scontro con le intelligenze non umane (come l’AI) non ci hanno isolati, al contrario: hanno acuito e raffinato la nostra sensibilità verso altre forme di intelligenza con cui condividiamo il pianeta, come quella animale e vegetale, che non sono studiabili senza le tecnologie adeguate. E’ un’arte ecologica, fluida, interspecie. Un momento storico complesso, a tratti vertiginoso, ma straordinariamente fecondo.

D – Conserva ricordi interessanti dei molti anni in cui ha insegnato all’Accademia di Brera?

R – Ho ricordi capitali, dovuti all’incontro autentico con gli studenti, che ti costringono – se li ascolti con attenzione, curiosità e umiltà – ad aggiornarti in continuazione. Si dice che insegnare è il modo migliore per imparare: lo confermo. Sono venuta a contatto con culture e visioni del mondo radicalmente diverse, spiazzanti e affascinanti, come quella cinese o iraniana, perché quelle europee – pure frequentate – sono oggi molto simili. Ho avuto studentesse e studenti neurodivergenti che mi hanno fatto guardare attraverso la loro logica (spesso inoppugnabile), la loro sensibilità (elevatissima), la loro memoria sorprendente, la loro capacità associativa e quella di mappare i contesti con una lucidità di geografo del pensiero. Sembro enfatica, ma è quello che ho vissuto. Si predica la preziosità del pensiero laterale ma, ma quando lo si incontra incarnato, si razzola malissimo, non lo si valorizza perché non lo si accoglie come autenticamente “altro”. Si cerca di normalizzarlo e di conformarlo. E ancora, ho imparato, da Camilla Longari, che ringrazio anche qui, sorda dalla nascita, a fare attenzione al linguaggio delle mani utilizzato esemplarmente da Leonardo nelle sue opere piene di parole silenziose, e di dialoghi: siamo tutti sordi davanti ad un quadro, che deve tradurre in gesti e posture, colori e forme il suono e l’emozione. Accanto a questa immensa ricchezza umana, c’è però l’altro lato della medaglia. Purtroppo, l’istituzione accademica è oggi ingolfata e rallentata da una burocrazia obsoleta. E’ una macchina che frena ogni chiamata al presente e al futuro, ogni tentativo di aggiornarsi con flessibilità di fronte alle sfide di tempi a volte drammatici e traumatici. Penso alla pandemia: da quell’esperienza non è stata appresa alcuna lezione in termini di reale aggiornamento della didattica. E’ anche per questo che, dopo oltre venti anni, ho deciso di lasciare l’insegnamento accademico: per poter realizzare altrove, e con altri strumenti, la mia più autentica vocazione formativa. Ho chiuso la mia meravigliosa avventura coordinando un progetto di umanizzazione al reparto di Neurologia Pediatrica dell’Ospedale Besta a Milano. Le allieve e gli allievi di Brera hanno realizzato dipinti e stampe digitali per le stanze, prima disadorne e senza colore, dei piccoli degenti. La fase preparatoria è stata un’occasione, anche per me, di incontro e confronto con la malattia, con l’infanzia che non è mai considerata in una Galleria d’arte, con lo stato d’animo dei genitori, con la speranza, con la capacità dell’essere umano di sorridere e di giocare anche nelle situazioni più difficili.

D – Il suo pensiero profondo per la letteratura di ogni tempo e nazione … e quello sulla poesia in sé.

R – Per rispondere a questa domanda mi piace riferirmi al pensiero di un grande studioso, Adone Brandalise (ci ha lasciato da pochi giorni, ma saprà restare), che sosteneva una tesi per me fondamentale: la letteratura è superiore alla filosofia. Laddove la filosofia cerca di raccontare il senso dentro i confini del concetto e della logica, la letteratura accoglie l’interezza dell’esperienza umana, comprese le sue contraddizioni, le sue ombre e le sue derive emotive. Ma c’è un discrimine fondamentale: parlo della letteratura quando è autenticamente tale, e non il frutto di una pulsione a pubblicare per pura vanità. La vera letteratura compie un miracolo straordinario: fa di ogni protagonista un universale in cui ciascuno di noi, intimamente, può rispecchiarsi e ritrovarsi. In letteratura, il particolare e l’universale coincidono. Leggendo le vicende di un singolo personaggio, distante da noi per epoca o cultura, scopriamo che l’essere umano, nelle sue gioie e nei suoi abissi, parla da sempre la stessa lingua: la nostra. Consideriamo un particolare lontano, eppure senza tempo: nel libro XXIV dell’Iliade, il vecchio re troiano Priamo va di notte, da solo, nella tenda del nemico giurato Achille, l’uomo che gli ha ucciso il figlio Ettore, per supplicarlo di restituirgli il corpo. Priamo si inginocchia e bacia la mano del carnefice. Ecco il potere letterario dell’universale: in quel momento, due nemici assoluti si guardano e piangono insieme, riconoscendo l’uno nel volto dell’altro lo stesso dolore umano, la stessa fragilità davanti alla morte e al lutto. Omero annulla la distanza tra troiani e greci: il particolare di una guerra specifica diventa l’universale del dolore condiviso che supera ogni barriera politica, culturale o ideologica. In questo panorama, la Poesia rappresenta l’avanguardia assoluta. E’ la testimonianza della libertà più alta della parola, l’unico luogo in cui il linguaggio riesce a sfuggire alle sue stesse rigidità semantiche. La Poesia non deve “servire” a qualcosa, non deve spiegare: si crea da sé i suoi accapo, i suoi spazi, i suoi respiri e i suoi ritmi, scardinando le regole per arrivare all’essenza dell’indicibile. Se l’arte visiva occupa lo spazio, la Poesia abita il silenzio tra le parole. Ed è un’esperienza profondamente trasformativa, un viaggio senza ritorno: chi visita la Poesia, non torna a casa com’era prima, sia che legga Omero o Petrarca, sia che legga Anna Achmatova o Chandra Candiani, sia che legga Andrea Zanzottto o Patrizia Cavalli. Questa mia impressione di poesia, come forza che scardina la rigidità necessaria alla prosa, si è sempre connessa al mio lavoro sulle Soft Skills e sull’arte come attivatore di cambiamento. Se la Poesia e l’Arte ti cambiano, ti allenano a cambiare.

Francesca Rita Rombolà

Cristina Muccioli

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