“Cos’è scrivere un libro se non manifestare il proprio particolare pensiero?”. Una brillante conversazione con Francesco Zampa, scrittore, editore, maresciallo dei carabinieri in pensione

19 Giugno 2026

Francesco Zampa è un maresciallo dei carabinieri in pensione. Nel 2011 pubblica il suo racconto di esordio nel giallo Mondadori, in cui tratteggia quello che diventerà il suo personaggio principale, cioè il maresciallo dei carabinieri Franco Maggio. Nel 2012 esce il primo romanzo “Doppio omicidio per il maresciallo Maggio”, inaugurando una serie di undici episodi tra cui una trilogia e un dittico. Ha scritto anche una esalogia composta da due trilogie strettamente connesse. Ha partecipato a fiere del libro e festival del giallo, e ha avuto riconoscimenti per quattro edizioni consecutive al premio romano Albero Andronico. Ha fondato la casa editrice Zipporo, ed è stato inserito nel circuito Umbria Libri organizzato, da Regione Umbria, come piccolo editore.

Francesca Rita Rombolà conversa brillantemente con Francesco Zampa, scrittore, editore, maresciallo dei carabinieri in pensione.

D – Ci racconta qualcosa su i suoi libri?

R – Iniziai a scrivere racconti partecipando a concorsi indetti dall’Arma dei carabinieri. Ottenni due bei piazzamenti (in uno il vincitore fu un ragazzo con una fantastica poesia su un maresciallo veneto, in dialetto). Era il 2011, e il presidente di giuria, Giancarlo De Cataldo, invitò tutti i convocati a tentare la via del romanzo. Io avevo già in mente di uscire dagli stretti canoni imposti, e colsi quel viatico. Volevo creare un personaggio degno di tanti suoi concorrenti affermati, ma con delle peculiarità che venivano dalla confidenza che avevo con l’ambiente lavorativo (ero maresciallo anch’io e ancora in servizio), e caratterialmente fuori da certi stereotipi diffusi sui carabinieri, anche dandone fondamento o spiegazione. E’ nato così il maresciallo Franco Maggio, protagonista di undici episodi (due trilogie e un dittico) nella riviera riminese, precisamente a Viserba, un posto in provincia dove succede di tutto. Partendo da casi quotidiani, Maggio si trova così coinvolto in commistioni politico – affaristiche, violenza di genere, corruzione interna, fino al doping sportivo e alle scommesse clandestine, talvolta con improvvise venature scespiriane. Maggio è il personaggio dell’attualità: single, schivo e anche troppo diffidente, immerso in una riviera ammiccante e pericolosa. A Maggio segue il maresciallo Giovanni Marzo, sempre a Viserba, ma nel 1946, una trilogia alla vigilia del referendum istituzionale, con la premessa ucronica che Mussolini giaccia in attesa di giudizio alla fine della guerra. Un anziano sottoufficiale prossimo alla pensione, inviso al regime del quale ha fatto, suo malgrado, parte in passato, indaga sul femminicidio ante – litteram di una notabile moglie di un gerarca, trovata cadavere nella campagna viserbese, scoprendo determinanti connessioni tra il fatto e gli snodi cardinali della nascita della Repubblica: il delitto Matteotti, la persecuzione razziale, la conta delle schede del 2 giugno, la questione di Trieste con le lotte partigiane. Protagonista insolita è la caserma, villa Bavassano, una magnifica costruzione art – déco (recentemente ristrutturata) che fu sede dei carabinieri di Viserba e dove negli anni ’30 del secolo scorso il fascismo in effetti confinò una donna, intoccabile politicamente, per omosessualità. Segue ancora la terza trilogia, quella del maresciallo Sabatino Aprile, un giovane maresciallo orfano ribelle che, a Roma nel 1978 – con connessioni viserbesi anche lui -, indagando sul terrorismo e sui fatti principali (rapimento Moro, Gladio etc.) che hanno fatto da sfondo in quegli anni, trova legami risolutivi con la sua origine sofferta e sconosciuta. Mi è piaciuto tentare altri generi, tra cui una distopia, “Da qui a qualche anno”, e un romanzo di formazione, “Qualcuno che ti protegga” (ispirato da una canzone eterna di George Gershwin), ma sono particolarmente orgoglioso di un romanzo storico, “La scelta”, che è frutto, al tempo stesso, di una mia intuizione e di un mio desiderio. Appassionato di cultura ebraica e avviluppato in regolamenti troppo spesso farraginosi, mi ero sempre chiesto, conoscendo l’ambiente non razzista e sicuramente non violento, come fosse stato materialmente possibile obbedire a leggi inique e deportare gli ebrei. Trovai, infine, fondamento in un documento che spiegava quasi tutto e che mi rincuorò anche di molti timori. Ne nacque quel romanzo in cui, attraverso gli occhi di un giovanissimo collega, rivivo i tragici eventi podromici alla razzia del Ghetto romano, ovvero la deportazione di tutti i carabinieri della capitale proprio per evitare che ostacolassero il proposito principale dei nazi – fascisti.

D – Cosa l’ha spinta a fondare una casa editrice?

R – In realtà ho sempre e solo strutturato la mia attività di autoeditore, iniziata nel 2012, della quale vado, ad ogni modo, fiero. Mi diverto a dire che gli editori hanno troppo da fare per fare gli … editori, nel senso che non si possono permettere errori e scauting improduttivo avendo la responsabilità di un’azienda e una filiera. Io dico che ci vorrebbe un editore per ogni autore o poco meno, stante la grande varietà di sottogeneri e sfumature, e le peculiarità di ciascun scrittore. Ho avuto occasioni con diverse case editrici, anche grandi ma, non essendo risolutivamente famoso, ho sempre dovuto darmi da fare lo stesso da solo. La via è proibitiva, ma non è impossibile né priva di rare ma incoraggianti soddisfazioni. Si ha modo di portare avanti la propria idea e proporsi direttamente al giudizio dei lettori. Cos’è scrivere un libro se non manifestare il proprio particolare pensiero? Devo dire che ho incontrato anche molti pregiudizi, comprensibili talvolta, ma che, in genere, discuterei meno, o niente affatto, se fossero frutto di un esame o di una selezione. Questo pregiudizio è diventato talvolta ostracismo, questo sì ingiustificato, quando mi sono visto negare accesso a concorsi o fiere solo per la mia qualità di autore indipendente. Per questo considero di doppio valore ogni riconoscimento che arriva.

D – Che genere di libro le piacerebbe tanto scrivere in futuro e perché.

R – Credo che il giallo, o il … carabinieresco, come lo chiamo io, perché frutto della mia personale esperienza di vita, coniughi al meglio le mie caratteristiche di narratore. Mi piacerebbe, però, tornare su distopia e ucronia, un sottogenere che mi affascina molto, e tentare con la fantascienza. Nel frattempo, sto preparando un romance, anche so non so se sia esatto racchiuderlo in questa definizione, un’analisi di leve e sentimenti comuni. Titolo (molto) provvisorio. “Ex”.

D – L’Italia, secondo lei, ha un vasto pubblico di lettori che spazia dal giallo al fantasy al distopico etc., oppure no?

R – Io credo che ci siano pochissimi lettori che leggono le cose più toste in circolazione: dai classici ai premi Strega. Credo che questi pochi siano in testa anche come numero di titoli letti all’anno a persona. Poi c’è una schiera di lettori più comuni, tra i quali mi riconosco anch’io, gente che legge un libro al mese in media, che ha un genere di riferimento ma a cui piace anche curiosare tra altre cose, magari alternando la carta alla serie TV. Personalmente guardo poco la TV e principalmente cose che veramente mi piacciono e, in un certo senso, completano la mia formazione. Il giallo, nelle sue numerose sfaccettature, credo sia ancora il genere più letto: da Montalbano a Guerrini e via dicendo, tutti personaggi diversi e ben strutturati. Il distopico lo vedo un po’ di nicchia, salvo eccezioni estemporanee come, ad esempio, “Il racconto dell’ancella”. Il fantasy, nella sua estensione osé di questi ultimi anni, è sorretto da molte lettrici, ma credo sia una moda che più avanti si evolverà ancora (prima erano vampiri) finché sa parlare di grandi passioni. Lo dico con un sorriso: non è il mio genere, nel senso che proprio non saprei come scrivere una storia così. Ma ho conosciuto autrici molto brave nel confezionare prodotti perfetti per il mercato, e quindi, perché no? Secondo la mia personalissima e fallace opinione, anche la letteratura cosìddetta “seria” impone canoni pregiudizievoli e restrittivi sugli argomenti proposti, spesso storie di tragedie e tristezze umane infinite, che la rendono non dico snob o elitaria ma meno comprensibile ai più. Voglio dire, non è che una cosa divertente o un dramma con lieto fine non possa ugualmente appassionare ed avere un suo valore obiettivo! Ricordo quando da ragazzo leggevo ogni fumetto pubblicato, oggi sdoganati e riproposti in versione patinata con tanto di introduzione autorevole.

D – La Poesia e i poeti le piacciono? Ha un suo poeta preferito?

R – Purtroppo non so apprezzare le poesie, anche se ogni tanto … incontro qualche verso che mi tocca, ad esempio Nazim Hikmet. Ne so troppo poco per averne uno preferito ma, se fossi poeta, vorrei essere Yuri Andreievich Zhivago.

Francesca Rita Rombolà

Francesco Zampa

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