I cieli di Magritte. I cieli del pittore surrealista belga René Magritte (1898 – 1962). Quasi tutti i suoi quadri hanno sullo sfondo un cielo azzurro con nuvole bianche soffici e leggere .. quasi un gregge di pecore che pascola silenzioso e placido nel cielo di inizio estate. “Lo specchio falso” (1928); “I valori personali” (1952) sono solo alcune delle sue magnifiche tele che hanno come sfondo questo cielo luminoso quasi in contrasto con l’ombra degli oggetti che lo circondano, sempre e comunque dalle tinte scure e dai colori forti.
Ma forse la sublimità e la bellezza di tale cielo mai come nella serie di dipinti che vanno dal 1949 al 1954 raggiungono il proprio “culmine artistico”; sono i dipinti de “L’impero delle luci”: un edificio al crepuscolo (forse all’alba o forse al tramonto) circondato da un parco con alberi, con uno specchio d’acqua al centro (forse una fontana o un laghetto artificiale), alcune finestre illuminate, un lampione acceso all’esterno … e sullo sfondo in alto il magico cielo azzurro con le caratteristiche nuvole bianche!
Sono rimasta incantata fin dalla prima volta che ho visto la serie di dipinti de “L’impero delle luci” di René Magritte (in una foto al centro di un libro d’arte o del volume di un’enciclopedia, in un poster o, adesso, semplicemente in Internet), tanto da aver sempre desiderato di averne uno magari come copertina di una mia silloge poetica, futura o nel cassetto. Non so spiegare cosa mi “colpisce e mi incanta” veramente in questi quadri … il cielo sì, sicuramente, ma vi è un qualcosa di altro, di misterico e di oscuro forse, che sembra portare, o riportare, il mio spirito e la mia ipersensibilità in un lontanissimo paradiso perduto, in un’infanzia felice fuori dallo spazio – tempo che non potrò mai scordare finché vivrò.
Ho camminato spesso “sotto cieli così” in questi giorni di fine primavera e di inizio estate, passeggiando poco dopo l’alba e di primo mattino … mi ci sono immersa, circondata dal silenzio della campagna a quell’ora e sovrastata da un “paradiso perduto”, e ho pensato ai “cieli di Magritte” immortalati dall’arte, che sa donare conforto e speranza, forza per andare avanti sotto i cieli bui e tetri del mondo.
I cieli di Magritte
Bianche greggi
in un cielo che ha sconfitto
il tempo della terra,
ciuffi di nuvole in equilibrio
quieta armonia raggiunta
lontano dal mondo in caos.
Ah i cieli di Magritte
l’anima ricomposta dell’uomo
si raccoglie sulla tela,
e pulsa di ritrovata serenità
il cuore quando l’occhio fuggente
è piacevolmente catturato
dal dominio sottile delle luci.
Cosa si spalanca
dinnanzi all’abisso
dell’immaginazione?
Si è ancora fanciulli,
incredibile?
Neppure il vento fresco
che rinfranca i cardi assetati
soffre più l’arsura terribile
del sole allo zenit
e le improvvise gelate notturne.
Cosa si svela lentamente
al pudico mostrarsi
del sogno?
L’umano nella sua silente eternità
impossibile?
Perfino il fiordaliso azzurro
trae nutrimento
dall’estremo dolore,
ed è vita che non conosce
la sua fine.
Tarda primavera
nella lunga alba
delle notti più brevi
di un singulto,
primi giorni d’estate
che invitano lo straniero
per i sentieri cancellati
e presso l’obliato silenzio
dove è sosta
il canto del pavone in amore.
Nella successione degli attimi
nessun orologio
sui polpastrelli quasi impercettibili
sopra la lucidità del vetro
può scandirne
il trascorrere infinitesimale …
i miei cieli
mentre cammino,
ora lenta e tarda
come mai lo fui.
Francesca Rita Rombolà

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