…Un giorno remoto nel futuro

16 Luglio 2026

In una bella e calda giornata di sole estivo, forse qualcuno talvolta riflette sul contrasto paradossale che vi è fra la natura immersa in un’esplosione di festa e di meraviglia e le guerre che insanguinano sempre il mondo, sul perché molte persone non possono godere, a causa di ciò, di tutto quello che la natura offre in questo periodo dell’anno e alle medesime latitudini.

Poi le riflessioni si spingono oltre… si accavallano, e i pensieri corrono da un punto all’altro dello spazio – tempo: a cose successe o forse no, ad avvenimenti o a fatti magari irreali o magari no, a ciò che la Storia ha prodotto e al suo camminare in avanti, o piuttosto in circolo, per le vicende imprevedibili e mai comunque del tutto scontate che l’hanno percorsa.

Allora forse, nel sangue versato e nel dolore, nel pianto e nell’avvilimento, negli aneliti ideali e nel grido d’aiuto o di sofferenza che si levano umanamente si cerca ancora il senso più profondo e più nascosto, il fine ultimo (perché no?) e il primordiale… E si potrebbe anche giungere a desiderare una quiete perduta da tempo e nel tempo: una specie di Eden incerto e confuso, ma che tuttavia è veramente esistito sulla terra un giorno remoto nel passato… e che veramente esisterà ancora un giorno remoto nel futuro.

Il riposo perduto

Splendido è il sole

al suo sorgere,

ad Est la luce

sorge impercettibile,

una dolce pace

in recessi sconosciuti

perdura, fra i rumori assordanti

degli scoppi, dei crolli

delle sirene che lampeggiano

impazzite.

Cosa c’è oltre quelle montagne

velate dal nero fumo

della ferocia?

Cosa mai ci sarà?

La vita, il vivere e il morire naturali

le scintillanti città dei gaudenti

che hanno una inspiegabile fame

quando si avanza

impassibili in mezzo agli ori,

alle sete preziose,

dentro le torri

di acciaio e di cristallo.

Lui ha dato

per sempre

la prima offerta di sangue,

un sangue

la cui scaturigine

è oltre gli universi esplorati

dall’occhio esagonale.

Se tendi la tua mano

verso di me

scruti nei miei occhi

l’eterna ansia di capire:

quella lotta interiore

che consuma interamente

la luce e l’ombra

smisurate nelle loro dimensioni

invisibili agli oscuri passanti.

Siamo ora liberi

precisamente in simile ora

solenne e tragica?

E’ ancora la libertà

il segno endemico dei popoli?

Ci sveleranno

le molte apocalissi

l’arcano senso delle guerre

dei genocidi, dell’odio?

Al crepuscolo serale

il vento dei borghi estivi

spira nella quiete

ad annunciare il riposo perduto.

Francesca Rita Rombolà

 

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