Grazia Deledda scrittrice sarda (1871 – 1936), Premio Nobel per la letteratura nel 1926, ha saputo, per mezzo delle sue opere, penetrare e far rivivere il mondo spirituale e la realtà sociale e umana della sua gente e della sua terra, di una Sardegna cioè ancora rurale e patriarcale, aspra e selvaggia, a volte violenta eppure con una voglia di riscatto e di cambiamento enormi. Diverse le sue opere nei contenuti, nella forma stilistica, nella trama, nella rappresentazione degli avvenimenti più cruciali nella vita di una persona. “L’edera” è forse il romanzo di Grazia Deledda che descrive con maggior enfasi una realtà patriarcale e atavica tipiche dell’isola. Vi si narrano le drammatiche vicende che hanno per sfondo una grande casa antica in cui vivono i discendenti di una famiglia decaduta, i Decherchi, fra i quali rimangono ancora figure di uomini d’altri tempi, “di patriarca e di soldato di ventura”. In questa casa abitano anche un vecchio parente ammalato di asma, zio Zua, di cui si aspetta la morte per riceverne l’eredità, e Annesa, figlia adottiva dei Decherchi, che l’avevano trovata abbandonata, e ora è incaricata di assistere il vecchio malato. Annesa, una bellissima ragazza, è innamorata di Paulu l’ultimo discendente…
