Talvolta i giorni che si ripetono ciclicamente sono lieti, talvolta invece tristi, anche se in apparenza non vi è motivo di tristezza alcuna. Talvolta l’atmosfera che in essi si respira ti riporta indietro nel tempo (può essere del tutto normale) a vissuti che non si potranno mai dimenticare, ma che credevi di aver perso per sempre in qualche angolo oscuro dell’inconscio; tutto è uguale come sempre; tutto in fondo si ripete quasi identico in ogni cosa, eppure non è come prima. Non è più come prima. Qualcosa, anche di impercettibile, è mutato. Muta ogni volta. La stessa atmosfera ha un qualcosa di imperscrutabile e ineluttabile che si percepisce appena. Ma si percepisce. Senti vicino a te la presenza viva di chi ti amò e ti volle bene e ormai non è più; senti quel calore interiore che ti faceva “danzare nell’aria” nell’infanzia e nell’adolescenza al solo respirare l’aria, al solo guardare il cielo, al solo udire i suoni, al solo sentire gli odori, al solo guardare la magia collettiva dei colori, l’ondeggiare delle persone di ogni età per vie e piazze, angoli di mercato e di spettacoli di strada. Tutto ritorna. Ma forse non è mai veramente del tutto identico….
Belli. Forse di più. Bellissimi. I bellissimi frutti di settembre. Protetti dalla loro sottile corazza di ancor più sottilissime spine, forse per proteggersi dall’umidità dei crepuscoli, forse dai predatori animali, forse da mani umane non sempre “delicate” nello strapparle alle foglie di cactus. I fichi d’india … frutti ormai endemici da secoli delle estreme regioni meridionali della nostra penisola. I fichi d’India … frutti che maturano nei giorni tiepidi e luminosi di settembre, alle sue brezze marine, ai soffi del suo vento (lo Zephiro degli antichi greci e latini) lieve e gentile nel tocco ultra millenario. I fichi d’India … frutti che sanno di tenace resistenza agli elementi naturali più minacciosi e di terre lontane, di culture ancora deste e regali, di giorni dolorosi e di dolcezze inconsce mai sopite. Frutti di settembre. Sì. I bellissimi ed esotici frutti di settembre. FRUTTI DI SETTEMBRE Quasi nascosta come in ombra, ancora tenace e ormai solitaria fra alberi e arbusti di un habitat naturale ed endemico forse unico, forse diverso da molti altri; l’ho vista passando, e il mio sguardo perspicace l’ha sfiorata la sola pianta di fico d’India rimasta su una collina che molte ne ha viste crescere rigogliose, e morire…
Dario Morandi è nato a Milano l’1 dicembra 1969. Grazie a un amore innato per la lettura e a una insaziabile curiosità, nel suo percorso di crescita, che si potrebbe definire “gnostico”, legge centinaia di libri dai generi e dagli argomenti più disparati: dal romanzo di intrattenimento ai saggi di divulgazione filosofica e scientifica. Nel 1993 si trasferisce a Los Angeles (USA) e frequenta i corsi di musica presso il prestigioso M. I. T. diplomandosi con “honores” in batteria e percussioni. Dario Morandi ha pubblicato i seguenti romanzi: “La terza elica” (2018); “Flat” (2020);”Il dominio degli Arconti” (2022); “Il quinto comandamento” (2025). Sito ghostwriter https://sites.google.com/view/dario-morandi-ghoswriter/home-page; canale youtube utttps://www.youtube.com/@DarioMorandi8686/videos; telegram https://www.istagram.com/morandi dario copywriter; tiktok https://www.tiktok.com@dario.morandi? t=ZN-8xm53nVa3S0&i=1 Francesca Rita Rombolà dialoga con Dario Morandi per poesiaeletteratura.it D – Dario, iniziamo questo dialogo per poesiaeletteratura.it parlando dei tuoi romanzi e di uno in particolare, cioè “Il dominio degli Arconti?” R – Ciao, Francesca Rita. Permettimi innanzi tutto di ringraziarti per avermi ospitato sul tuo bel blog, che ritengo un’attività di divulgazione della poesia e della scrittura davvero ammirevole. Per rispondere a questa prima domanda, ti dirò che hai citato quello che, fino ad ora, è il lavoro che mi ha…
La mescolanza delle culture, le loro congiunzioni e concrescenze, la loro impermeabilità, la loro presenza, il loro esserci, i loro differenti ritmi insegnano all’uomo molte cose. Al poeta e romanziere lituano Czeslav Milosz diedero, prima di ogni altra cosa, il senso della distanza, molto importante per un artista, in particolare, per un intellettuale in generale. Quando le culture stanno una accanto all’altra in uno spazio dato, tanto più chiaramente è possibile percepire la loro relatività nel tempo. “Le civilizzazioni sanno che esse sono mortali”, questa frase del poeta francese Paul Valéry non è del tutto retorica. Tuttavia (sembra quasi un paradosso) le civilizzazioni insieme alle culture posseggono una resistenza e una vitalità che, in fondo, nemmeno esse sospettano intrinsecamente. Un osservatore attento si accorge che certi archetipi culturali, connessi con l’essere più profondo dell’umanità, non possono essere distrutti. Questi archetipi si ripetono come le immagini del fiume e del cielo, del vento e della pioggia, del giorno e della notte. Resta poi da creare, inventare una poetica adeguata anche a catastrofi in grado di rovinare le culture, e ciò, in modo sorprendente, per la forza stessa di resurrezione delle culture. Nell’opera “La mente prigioniera” Czeslav Milosz affronta proprio questo problema…
Grazia Deledda scrittrice sarda (1871 – 1936), Premio Nobel per la letteratura nel 1926, ha saputo, per mezzo delle sue opere, penetrare e far rivivere il mondo spirituale e la realtà sociale e umana della sua gente e della sua terra, di una Sardegna cioè ancora rurale e patriarcale, aspra e selvaggia, a volte violenta eppure con una voglia di riscatto e di cambiamento enormi. Diverse le sue opere nei contenuti, nella forma stilistica, nella trama, nella rappresentazione degli avvenimenti più cruciali nella vita di una persona. “L’edera” è forse il romanzo di Grazia Deledda che descrive con maggior enfasi una realtà patriarcale e atavica tipiche dell’isola. Vi si narrano le drammatiche vicende che hanno per sfondo una grande casa antica in cui vivono i discendenti di una famiglia decaduta, i Decherchi, fra i quali rimangono ancora figure di uomini d’altri tempi, “di patriarca e di soldato di ventura”. In questa casa abitano anche un vecchio parente ammalato di asma, zio Zua, di cui si aspetta la morte per riceverne l’eredità, e Annesa, figlia adottiva dei Decherchi, che l’avevano trovata abbandonata, e ora è incaricata di assistere il vecchio malato. Annesa, una bellissima ragazza, è innamorata di Paulu l’ultimo discendente…
