I segni di una ricerca stilistica attentissima. “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio

“Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio è forse fra le sue opere più riuscite e, secondo diversi critici letterari, il suo capolavoro. Il protagonista del romanzo è lo stesso personaggio del romanzo “Primavera di bellezza”, cioè il giovane militare che, tornato ad Alba, in Piemonte, dopo l’8 settembre 1943, si è chiuso in una villetta delle Langhe in attesa degli eventi; è lo stesso Johnny anche nelle abitudini e nei gusti, specialmente per la passione dei classici della letteratura inglese. Nel romanzo ci sono anche le stesse rievocazioni del passato come la vita al liceo, i maestri di allora etc. C’è anche, ad un certo momento, la stessa decisione di darsi allo sbaraglio nelle formazioni partigiane … seguono la reazione interiore del protagonista al primo contatto improvviso col “marchio bestiale” che la vita di montagna imprime a chiunque; il superamento della reazione nella solidarietà della lotta; l’oblìo dell’esistenza passata; l’attaccamento ai nuovi compagni. Quando la sua banda “rossa” è dispersa, Johnny scende in città: questa volta con una banda “azzurra”. Poi viene l’impresa di Alba in pagine intense che trasudano passione, orgoglio, tenerezza … Ma passano poche settimane e Alba è perduta ed egli riprende, nella delusione e nella stanchezza,…

… Quasi come a voler resistere allo scorrere inesorabile del tempo e al sopraggiungere della morte. “Scirocco” di Eugenio Montale

Il paesaggio ligure, di cui fu figlio essendo nato a Genova, ha sempre ispirato e affascinato il poeta Eugenio Montale (1896 – 1981), Premio Nobel per la Letteratura nel 1975, che in esso ha spesso riconosciuto aspetti e atteggiamenti del proprio animo. In questa poesia dal titolo “Scirocco” egli descrive, in versi sciolti e intensi, il vento di scirocco. Lo scirocco che soffia rabbiosamente, qualche bianco bioccolo di nube che corre nel cielo e si disperde danno al poeta il senso dell’incertezza, della vita che passa come l’acqua tra le dita; in questa incertezza egli, però, vorrebbe cercare un punto di appoggio … essere in fondo come l’agave (splendida pianta originaria del Messico, diffusa in tutta la macchia mediterranea) che si abbarbica sulla roccia e non teme il mare e la sua imprevedibilità. Ma questa sicurezza è, per contrasto, anche immobilità, aridità: immobile e chiuso in se stesso come una pianta che non riesce a fiorire, il poeta non può cantare mentre intorno tutto è rigoglio di vita, colori e voci di primavera … ciò costituisce per lui profondo tormento. Il vento di scirocco è spesso caldo e umido, e soffia rabbioso sulla costa e sulle colline di ogni luogo…

Non più fugaci, ma ormai immerse nella quiete del mistero. Le nostre età incantate

Giorni di primavera. Giorni di una primavera che quasi erompono, con la varietà dei colori, dei profumi naturali nell’aria tersa, delle prime foglie tenere degli alberi che sono stati spogli e tristi nei mesi invernali. Quieto scorre il giorno. Lungo. I forti rumori di guerra del mondo non turbano i ritmi della terra, che respira e gioisce, che freme di vita e vibra di abbondanza. Pulviscolo dorato copre i colli e gli altopiani, il mare e il fiume, il lago e la cascata. I nidi degli uccelli si riempiono d’amore e di fecondità. A sera, rossi i tramonti illuminano il cielo scortando le prime stelle nel loro percorso abituale. Voci di bambini e tubare di colombe riportano alla memoria voci di altri bambini e tubare di altre colombe … ormai oltre il computo umano del tempo. Immortali nella mia intima eternità. Non più fugaci, ma ormai immerse nella quiete del mistero. Le nostre età incantate.   Le nostre età incantate E’ il momento, segui il sentiero il nero fango della notte consumerà questa realtà e ne distruggerà dal di dentro la forza, la monotonia del quotidiano corrode di me il frutto mai maturo ma non ne intacca la bellezza né…

Perché la Vita prevalga sulla morte, dell’anima e dello spirito

Perché la Pasqua possa essere vissuta da tutti con serenità e in modo semplice, con l’umiltà del puledro d’asina che quieto contempla i raggi del sole fra nuvole bianche ed enormi, con la bellezza dell’albero d’ulivo e dei rami della palma che ondeggiano lievi al vento di primavera, con la quiete di un dolce crepuscolo rosa proteso su un orizzonte senza confini, con il suono di un tintinnio di pioggia lieve e sonoro il quale promette fertilità e abbondanza alla terra che sarà riarsa nella calura dei mesi estivi. Perché la Vita prevalga sulla morte, dell’anima e dello spirito. Perché ci possa essere gioia piena per un annuncio, di speranza comunque, che va oltre il tempo e rinnova l’essere alle radici e dal profondo della sua essenza. Uomini forse… Uomini forse… ma talmente belli, sfolgoranti quasi nella luminosità soffusa che aureola i loro corpi; stanno presso il sepolcro vuoto seduti alle due estremità della pietra squadrata e levigata. Le loro vesti… ma sono poi vesti? Candide, non si è mai visto simile candore sulla terra, invisibile la trama del tessuto: pulviscolo stellare energia oscura agli occhi umani e ai loro supporti per millenni ancora ma la parola c’è: un dolce…

La primavera: stagione di immortalità e di vita al colmo della sua pienezza

Ecco, è ritornata! La primavera. E’ ritornata! Esuberante e splendida, eppure silenziosa; bellissima nella sua esplosione di colori e di sfumature, eppure in un certo qual modo austera; dolce e carezzevole nei raggi del sole meridiano, eppure lievemente aspra nella sua brezza che sale dal mare; voluttuosa e intrigante come una gatta in amore, eppure casta e solenne come i bianchi gigli di campo; lieta e rivoluzionaria, eppure mesta e nascosta nei suoi attimi crepuscolari. E’ ritornata! La primavera è di nuovo fra noi! Profluvio di essenze e di profumi nell’aria tiepida sulla pelle. Ancora una volta attesa a lungo. Ancora una volta, per gli spiriti fini e sottilmente tormentati come per quelli tellurici e improvvisi. La primavera sì, speranza ancora e sempre di giorni migliori; ancora e sempre crogiolo di sogni per il futuro nella sua incertezza di ogni giorno; ancora e sempre rigurgito profondo e intenso di libertà per i popoli, per le genti tutte, per ogni donna e per ogni uomo che resistono ai rigori di un rigido inverno dell’anima che sembra non voglia passare più. E’ ritornata! La primavera. E’ ritornata! Stagione di immortalità e di vita al colmo della sua pienezza, lieta compagna della poesia…

Il dolore esistenziale, la stanchezza e la noia come insuperabile condizione di vita. “Piange nel mio cuore” di Paul Verlaine

“Piange nel mio cuore” è una poesia molto famosa del poeta francese Paul Verlaine (1844 – 1896). Il lento cadere della pioggia sottile e fredda rattrista tanto il cuore stanco e annoiato del poeta, colmo di tetro dolore immotivato, e questa è proprio la pena maggiore: provare tanto dolore senza motivo. Eppure, anche se può apparire strano e incredibile, per il poeta in generale è quasi normale questo dolore e questa noia all’apparenza immotivati … forse perché egli “sente”, profondamente e intensamente, la sofferenza e le difficoltà del vivere, forse perché il dolore di ogni essere vivente è vicino al suo cuore e alla sua percezione intellettuale e umana. E’ questa una poesia languida e tuttavia musicalissima in cui il verso sembra seguire il ritmo sconosciuto e misterioso della pioggia che cade, in cui l’insieme da il senso angoscioso del dolore esistenziale, della stanchezza e della noia come insuperabile condizione di vita, perfino di esistere in sé. Musicale e malinconica allo stesso tempo, come in fondo tutte le poesie di Paul Verlaine, “Piange nel mio cuore” traduce in versi raffinati e pieni di delicatezza i palpiti più fuggevoli dell’animo, i sentimenti più impalpabili, le sensazioni più spontanee e più immediate…

LA GLORIA DEI CIELI IN FESTA

Perché il mondo rinnovi la sua veste, anche se vestito non è. Perché i giorni di un anno abbiano luci e ombre, anche se le ombre avvolgono il tempo e lo spazio. Perché la festa che annuncia l’inverno faccia splendere il sole, anche dove il sole non splende mai; e il solstizio vada sicuro verso l’imminente sorgere dell’aurora al termine della notte più lunga dell’esistenza. Un Buon Natale e un Felice Anno Nuovo.   LA GLORIA DEI CIELI IN FESTA Saldo nel silenzio primordiale l’Universo si espande nei suoi mondi, punti luminosi le stelle ora che le tenebre non sono più e la luce si invola nell’istante che libera la frazione dell’attimo. Che cos’è l’uomo? E’ una sera che pungola l’inverno a reagire anche quando quieta l’aria si adagia dopo il crepuscolo splendido a occidente del mondo nel suo rosso soffuso bagliore. Chi è l’uomo? Eoni ed eoni frammenti di un istante un millisecondo gettato nel lampo che lontanissimo va per i recessi cosmici verso le colonne portanti della Creazione. Perché l’uomo? Bianche si adagiano le case come cubi disuguali scagliati nel vento, poco più di un villaggio ormai con un glorioso passato che trascende i secoli nel portento enigmatico…

Luci che muovono verso chi le scorge – anche e ancora – in lontananza …

E’ un tempo che annuncia il raccoglimento interiore. Un tempo per meditare e per riflettere su se stessi e su tutto ciò che ci circonda. Un tempo che avvicina di più a noi i nostri cari morti … una vera festa tutta per loro. Dedicata a loro. Perché la luminosità dei loro occhi vivi entri nei nostri e non si spenga mai. Perché ciò che ci rende consapevoli e forti nelle avversità possa essere fresca sorgente per il loro spirito e quiete per la loro anima. Un tempo e un giorno elargiti per chi amò e praticò la pace e la giustizia, il bene e la verità, percepì il senso profondo dell’umano patire e dell’umano agire. Nello splendore e nella gloria luci che muovono verso chi le scorge – anche e ancora – in lontananza … poiché il vicino e il lontano non arretrano di fronte all’inesorabile che, a volte, sembra sovrastarci e renderci impotenti. Così l’autunno apre le sue porte, e ci invita ad entrare pienamente nella sua bella e modesta dimora. VOLTI CHE PIU’ NON VEDI Silenti i crepuscoli serali, di un rosso acceso le nubi trascolorano a Occidente nella quiete che precede la sera. Fra poco la…

Tutto ritorna. Ma forse non è mai veramente del tutto identico

Talvolta i giorni che si ripetono ciclicamente sono lieti, talvolta invece tristi, anche se in apparenza non vi è motivo di tristezza alcuna. Talvolta l’atmosfera che in essi si respira ti riporta indietro nel tempo (può essere del tutto normale) a vissuti che non si potranno mai dimenticare, ma che credevi di aver perso per sempre in qualche angolo oscuro dell’inconscio; tutto è uguale come sempre; tutto in fondo si ripete quasi identico in ogni cosa, eppure non è come prima. Non è più come prima. Qualcosa, anche di impercettibile, è mutato. Muta ogni volta. La stessa atmosfera ha un qualcosa di imperscrutabile e ineluttabile che si percepisce appena. Ma si percepisce. Senti vicino a te la presenza viva di chi ti amò e ti volle bene e ormai non è più; senti quel calore interiore che ti faceva “danzare nell’aria” nell’infanzia e nell’adolescenza al solo respirare l’aria, al solo guardare il cielo, al solo udire i suoni, al solo sentire gli odori, al solo guardare la magia collettiva dei colori, l’ondeggiare delle persone di ogni età per vie e piazze, angoli di mercato e di spettacoli di strada. Tutto ritorna. Ma forse non è mai veramente del tutto identico….

I bellissimi ed esotici frutti di settembre

Belli. Forse di più. Bellissimi. I bellissimi frutti di settembre. Protetti dalla loro sottile corazza di ancor più sottilissime spine, forse per proteggersi dall’umidità dei crepuscoli, forse dai predatori animali, forse da mani umane non sempre “delicate” nello strapparle alle foglie di cactus. I fichi d’india … frutti ormai endemici da secoli delle estreme regioni meridionali della nostra penisola. I fichi d’India … frutti che maturano nei giorni tiepidi e luminosi di settembre, alle sue brezze marine, ai soffi del suo vento (lo Zephiro degli antichi greci e latini) lieve e gentile nel tocco ultra millenario. I fichi d’India … frutti che sanno di tenace resistenza agli elementi naturali più minacciosi e di terre lontane, di culture ancora deste e regali, di giorni dolorosi e di dolcezze inconsce mai sopite. Frutti di settembre. Sì. I bellissimi ed esotici frutti di settembre. FRUTTI DI SETTEMBRE Quasi nascosta come in ombra, ancora tenace e ormai solitaria fra alberi e arbusti di un habitat naturale ed endemico forse unico, forse diverso da molti altri; l’ho vista passando, e il mio sguardo perspicace l’ha sfiorata la sola pianta di fico d’India rimasta su una collina che molte ne ha viste crescere rigogliose, e morire…

Gli ultimi giorni di agosto. Quasi sempre temuti. Quasi sempre aspettati.

Gli ultimi giorni di agosto. Quasi sempre temuti, quasi sempre aspettati. Temuti perché forse finisce un momento prolungato di svago e di vacanza fatto di balli notturni, di sagre paesane, di tanto mare e di tanto sole, spesso di calura, di pranzi e di cene luculliane in compagnia di amici e in posti che ricordano una spensieratezza spesso fanciullesca, ma anche di lunghe camminate in solitaria e di uno strano silenzio interiore in netto contrasto con gli schiamazzi quotidiani e notturni di un mese che si vuole dedicato al riposo totale e un poco anarchico  in ogni cosa … almeno nei paesi mediterranei. Aspettati perché ritorna una quotidianità perduta che in un certo senso rende sicuri, e tiene al sicuro dal caos e dalla rottura degli schemi. Bello notare come in questi ultimi giorni di agosto le albe si siano allungate e i tramonti accorciati, mentre i crepuscoli mattutini e serali riservano al sole dei raggi sottili e improvvisi come una lama dal bagliore istantaneo su una superficie eterea che rimanda alla riflessione o all’apatia. Non è tempo di pensare all’autunno. Non è tempo di pensare all’inverno. Non è tempo di pensare a ciò che entrambi riservano nell’immediato o all’arguta…

“La vita terrena è solo un attimo in confronto all’Eternità. 26 luglio 1975 – 26 luglio 2025

Era una giornata calda, come oggi; era precisamente un sabato, come oggi; era una splendida mattina, in fondo, quasi al colmo dell’estate, ideale per chi vuole, e per chi può, godere del sole e del mare, della collina e della montagna; mio padre ci lasciava … mio padre mi lasciava, mi lasciava bambina di undici anni inconsapevole di che cosa fosse la morte e del perché si porta via per sempre le persone care. L’anno era il 1975, esattamente cinquanta anni fa, la metà di un secolo per il computo del tempo terrestre, o terreno. Non ricordo tutto di quel giorno ormai lontano, il trascorrere degli anni si fa sentire e mi pesa nella mente e nel corpo, ma ho conservato tanto, e soprattutto intatti i momenti più dolorosi e più drammatici, che ho custodito nel cuore in questi cinquanta anni in cui ho visto e ho vissuto di tutto. Sono rimasta sola, unica di quella piccola famiglia che, nei primi anni ’70 del secolo scorso, era così felice, e sembrava dovesse avere un futuro promettente o addirittura luminoso. La vita non è mai come tu la immagini o come tu la sogni, la realtà esige sempre il suo tributo…

“La Via delle Croci”

“La Via delle Croci” era un percorso obbligato a Gerusalemme per ogni condannato a morte dalla legge romana, una via da evitare, se possibile, sinonimo di infamia e di vergogna per ogni persona, uomo o donna, del luogo o di lontano … dal giorno in cui la percorse il Cristo, carico della croce, non fu mai più così per il mondo. Una Pasqua serena e lieta per tutti.   La Via delle Croci “La Via delle Croci” così è chiamata perché i condannati a morte vi passano spesso portando sulle spalle lo strumento del proprio supplizio, ma oggi, in questo giorno, qualcuno la percorre, lento eppur veloce negli attimi inflazionati che entrano nell’Eternità, moto armonico delle sfere celesti quiete raggiunta dagli eoni oltre la nascita e la morte di un’altro Universo, Lui: Alfa e Omega la Fine e il Principio di Tutto. Coperto di sputi, di sangue di sudore, di insulti il più reietto degli uomini, come si può credere ancora che costui è Dio? Il promesso, l’Unto, il Messia? Sul Colle dei Crani ossa e putredine di morte attendono i nuovi crocifissi, e ogni cosa si ripete conforme a un rituale consueto, ciclico quasi. Soltanto quando un grido di…

Un canto antico di secoli

Il Laos, terra lontana ed esotica, terra di templi dedicati al Buddha, l’Illuminato, di grotte, di foreste pluviali e di fiumi, forse non del tutto conosciuta (di certo, per molti versi, ancora da esplorare) all’uomo dell’Occidente opulento, scaltro, desacralizzato. Il Laos, un paese piccolo situato nel sud – est asiatico, un paese che nel recente passato è stato molto tormentato dalla guerra (vedi l’intervento statunitense in Vietnam negli anni Sessanta del secolo scorso), ma con una storia millenaria ricca di civiltà, di cultura, di arte. Ancora oggi forse, camminando per le vie del Laos, si percepisce, nonostante la globalizzazione forzata di questa parte considerevole del pianeta, una forma di spiritualità latente ben radicata e piuttosto tenace. Luci e ombre si alternano sul cammino del pellegrino, o del semplice viandante, quando si ferma a dare uno sguardo a tutto ciò che lo circonda. Gli alberi a pelo d’acqua circondano le rive dei fiumi, e i tramonti lunghi e rosseggianti sembrano ammantare di corallo le cime di rupi primordiali che il tempo ha forse dimenticato di coinvolgere nella sua corsa in avanti. Voci di persone e voci di animali. Suoni imprecisati che la natura trasforma, ingigantisce o rimpicciolisce restituendoli all’orecchio spezzati o…

“Un inno iniziatico che travolge l’essere …”

“Un inno iniziatico che travolge l’essere, come l’impeto della primavera frantuma gli spessi ghiacci invernali ( … )”. Così il critico letterario ed editore Mauro Baroni definì “Inno a Isthar” di Francesca Rita Rombolà facente parte della silloge poetica “Alba, sul ponte sospeso” (Mauro Baroni Editore, 1994). Lo ripropongo oggi, a tantissimi anni di distanza dalla sua pubblicazione, in occasione della Giornata Internazionale della poesia, e primo giorno di primavera. Un inno dedicato all’antichissima dea assiro – babilonese, Isthar, dell’amore e della guerra, della vita e della morte; un inno lungo quasi quanto un piccolo poema; forse bello, toccante e coinvolgente, forse no. L’inverno è terminato, ancora una volta sì; la primavera giunge oggi, lieta e attesa come sempre, ancora una volta sì. Inno a Isthar Canto d’amore e morte Sussurri, oh dolorosi ed eterni sussurri Il tuo sussurro il mio sussurro, di notte In cieli dentro il Cielo In aurore senza confine. Notte notte, tempestosa notte Venti venti, tempestosi venti della notte Amore amore, misterioso amore Sussulto, sussulto nell’ombra Che rattrista il mio lamento d’amore E la voluttà di quel singulto. Tutto l’amore riunisce, Tutto l’amore trascina. Lontano amore, lontano venti, Nelle notti tempestose di ceneri e di stelle,…

Auschwitz, 1945 – 2025, per non dimenticare mai ciò che l’uomo può fare all’uomo

Auschwitz, 1945 – 2025, per non dimenticare mai ciò che l’uomo può fare all’uomo. Per capire e, allo stesso tempo, non voler capire perché. Per continuare ad essere sempre, nel bene come nel male, umani e riuscire a conservare la propria dignità di esseri viventi sotto il cielo. Per fare memoria di ciò che il passare del tempo e l’incuria degli uomini potrebbe cancellare o rimandare in un oblio senza speranza. Per consentire alla morte di essere vera morte e alla vita di essere vita vera. Per non dimenticare sì, mai niente di quello di più caro, e di più intimo, che ci appartiene comunque. MEMORIA Perché ricordare la mano che ti ha colpito al volto e ti ha fatto sanguinare? E l’arma, di ferro, di pietra di titanio che ti ha tolto la vita nel fiore degli anni? E la bomba che ha raso al suolo la tua casa e la tua città mettendo fine ai sogni di fanciullo e all’innocenza di bambino esili e forti sulla terra? Uno strano nome ha da quel giorno lontano di gennaio il simbolo del male, luogo e insieme non – luogo in cui milioni e milioni persero la gioia e il dolore…

Buon Natale e Felice Anno Nuovo

Un Natale di nuvole, di azzurro e di splendidi colori, di sole e di pioggia, di candida neve e di vento sottile. Un Natale che sia, per tutti e per ciascuno, motivo di riflessione profonda perché ogni giorno un bambino nasce, ogni giorno un bambino muore nel cuore ferito (e spesso lacerato) della Terra. Un Nuovo Anno (2025) di pace in quell’anima e in quella mente in cui pace non c’è mai stata, presso quella gente, quel popolo, quella nazione che pace non ha mai avuto. Che l’attuale travolgente trascorrere degli anni presenti possa almeno farci comprendere l’importanza dell’istante il quale custodisce la gioia dei lieti ricordi e la speranza del tempo a venire. PIANTI DI BIMBI INNOCENTI Un angelo, in sogno lo stesso angelo: “Porta il bambino e sua madre lontano”. In fretta, a raccogliere le poche cose il pericolo incombe su di lui nato da giorni: mai un re cederà il proprio regno a chi non porta nome e stirpe del suo stesso sangue. Pianti di bimbi innocenti ignari del mondo e del male il vento lieve trasporta di già per le alture della regale città. E poi … il silenzio attimi abissali prima che lo strazio delle…

Come la tigre: bella, libera e fiera

Per la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Contro ogni forma di violenza sì, soprattutto quella contro la donne come genere femminile. Contro il femminicidio, che tanto suona quale sinonimo di “genocidio”. Contro la sopraffazione dell’uomo, come genere maschile, nei riguardi della donna. Contro la disparità e la discriminazione assolute e parziali fra i sessi. Contro le sacche di maschilismo e di abietta e retrogada cultura patriarcale e misogina che ancora si annidano, come forma mentis radicata nella società, in molti luoghi, anche i più insospettati e insospettabili. Contro l’odio che avvolge noi donne, e ci travolge. Contro le umiliazioni subite. Contro le vessazioni perpetrate a nostro danno. Contro lo sfruttamento di ogni tipo che ci vede quali oggetti e non persone, come cose e non esseri umani. Contro il male che si accanisce, da sempre, su noi donne. Ferite e piegate, ma non spezzate. Capaci ancora di risollevarci e di camminare erette come il primo homo sapiens nelle foreste primordiali del mondo. Capaci ancora di un sorriso e di un improvviso gesto d’amore. In grado ancora di sognare, di dare e infondere speranza e di sperare noi stesse. Bisognose di una carezza fuggevole, di un minimo gesto di…

La Poesia e il mondo primordiale della Grande Madre

Un tempo. Remotissimo. In cui la società era essenzialmente matriarcale, cioè una forma di esclusività (ed inclusività) del tutto femminile in cui il potere di generare della donna era al primo posto in ogni funzione primaria e secondaria. Questo tempo non è storico, quindi poco documentabile. Appartiene ad epoche in cui la civiltà è ancora lontana e con essa le arti, la scienza e la scrittura. Un tempo – dunque –  prima della Storia perciò pre – istorico del quale si sa poco o quasi nulla, almeno dal punto di vista del dimostrabile e del consueto. Ma non per quanto riguarda il suo legame con la Poesia. La Poesia fu, al tempo in cui dominava incontrastata la Grande Madre primordiale, suono, parola, ritmo, cosmico ascolto, suono del Principio, parola che conduce al Divino e nel Divino abita … sì ritmo, ritmo incessante e assoluto dell’Universo pulsante, vivo, in espansione. Penso spesso (e, devo dire, sempre con una nostalgia quasi struggente) a questa età matriarcale in cui la danza, la parola, il ritmo erano la vita e la morte. Erano ogni cosa. Ed erano tutto. Sì … un’età delle Madri in cui non vi era potere sul mondo, non dominio sull’esistente….

Dov’è il paese in cui non si muore?

E’ una voce antichissima, che ci viene da una civiltà distante da noi nel tempo e nello spazio, eppure è una voce perenne quella che interroga la propria anima e il proprio cuore sul significato del vivere e del morire e confida al Grande Spirito Universale le proprie ardenti speranze. E’ un canto dal titolo “Dov’è il paese in cui non si muore?” di anonimo messicano ma che, probabilmente, ne è l’autore Fiore Nero – Principe della Corona – erede di Montezuma II ultimo imperatore del Messico precolombiano, raffinato poeta e insigne guerriero. Egli comprende, sa, che la vita non è “nostra” e non ce la diamo noi: ce la dona il Grande Spirito Universale in un sublime atto d’amore. Se la vita è qualcosa che dura perennemente, noi non viviamo perché siamo destinati a morire: solo il Grande Spirito Universale vive in quanto è eterno; Egli, infatti, può farci vivere eternamente concedendoci la vita oltre la morte del corpo … ma talvolta la tristezza e il dolore del distacco possono essere umanamente davvero insopportabili! Vi è una terra in cui i morti possano vivere finalmente liberi da ogni affanno che consuma i mortali? Possono essi aver raggiunto una pace…

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